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giovedì 8 dicembre 2022

Come apprendono i nativi digitali? (1)

(In questo post ripeterò un po' di cose già scritte in Riquadri e pillole; e infatti tale post era ispirato all'esperienza che sto per raccontare.)

All'inizio di quest'anno scolastico, il corpo docente della scuola dove lavoro è stato obbligato a partecipare ad un seminario, dal titolo Come apprendono i nativi digitali?, curato da due giovani psicologhe.

Il mio non è un rimprovero verso chi ha organizzato questa attività. Sono certo che la persona in questione era animata dalle migliori intenzioni. 

Ma la prima cosa da dire è che nativi digitali è un'espressione del marketing, che non ha alcun riscontro nella realtà. A inizio carriera ho insegnato informatica per quattro anni, nel liceo delle scienze applicate (e anche in un istituto professionale): molti studenti restavano delusi, perché erano convinti che, essendo bravi a smanettare col cellulare o coi videogiochi, avrebbero preso ottimi voti senza studiare. Ma soprattutto molti studenti erano totalmente incapaci di utilizzare le più elementari funzioni di un editor di testi: già solo per muoversi all'interno del testo usavano esclusivamente il mouse, con perdite di tempo incalcolabili. Proprio come gli "utonti" più anziani.

Venendo al contenuto del seminario, non c'era assolutamente nulla di nuovo rispetto a ciò che sentivo dire da 25 anni, tanto è il tempo trascorso da quando ho cominciato a leggere materiale sull'insegnamento. Cioè, in sintesi:

  • i ragazzi di oggi sanno molte più cose dei loro genitori, ma la loro conoscenza è più frammentaria: vengono a contatto con molte curiosità, dai video sui social media;
  • complici i soliti cellulari, i ragazzi di oggi tendono a fare tante cose insieme: sono multitasking; pertanto è difficile per loro concentrarsi a lungo su un unico task;
  • la conoscenza frammentaria non costituisce vera e propria cultura; occorre "incasellare" tali frammenti in modo da costruire un tutto organico;
  • la scuola deve assolvere a questo compito: pertanto, l'insegnamento basato sulla lezione frontale è superato; l'insegnante deve essere più che altro un facilitatore.

La battuta più scontata è: care psicologhe, ci dite che dobbiamo smetterla con la lezione frontale, ma quello che ci state facendo in questo momento è una lezione frontale. Più o meno come scrivere su un social che non si deve trascorrere troppo tempo sui social.

25 anni fa non c'erano i furbofoni (termine mutuato da Un uomo in cammino) né i popularia media (una delle due parole era già in latino: ho dovuto fare solo metà lavoro); ma dei ragazzi di allora, cioè di me, si dicevano esattamente le stesse cose. Le cause: i quiz in televisione; le interruzioni pubblicitarie; le riviste per ragazzi con gli angoli delle curiosità; i riquadri colorati sui manuali.

All'epoca, oltretutto, io frequentavo un newsgroup sulla scuola - mamma mia, ancora un po' e si scriveva ancora con la Lettera 22! - e, anzi, mi infervoravo su questi argomenti. Ce l'avevo a morte con la "scuola tradizionale": con gli insegnanti che non valorizzavano le iniziative spontanee degli studenti; la scuola dove se uno studente, in una verifica, diceva qualcosa che aveva imparato in modo "informale", che aveva letto di sua iniziativa... veniva a volte rimproverato dall'insegnante, solerte nel riportarlo sui binari.

In effetti, due episodi della mia carriera scolastica ancora mi pesavano:

  • la mia maestra delle elementari che ci aveva assegnato un problema su un triangolo rettangolo che non era risolvibile senza il teorema di Pitagora, che non avevamo ancora visto. Io lo portai a scuola risolto, e non avevo usato il teorema di Pitagora: poiché le lunghezze dei cateti del triangolo erano date, e non erano maggiori delle dimensioni di un foglio A3, ero stato in grado di disegnarlo in scala 1:1, e avevo poi usato il righello e il goniometro. Mi sarei aspettato un apprezzamento dalla maestra, e invece mi giunse un rimprovero: prima ancora che dicessi come avevo fatto, lei partì in quarta. Certo che l'hai risolto, perché a te hanno già spiegato il teorema di Pitagora! Perché devi sempre metterti in mostra? 
  • il mio insegnante di italiano in quarta liceo, mentre studiavamo la Gerusalemme liberata di Tasso. Avevamo letto il primo e il terzo canto; e io, di mia iniziativa, avevo letto il secondo, quasi come volendo "colmare il buco" - non ho mai amato le "selezioni", neanche se il loro nome vuol dire "raccolta di fiori". Lo nominai, in classe, in un mio intervento dal posto, e fui zittito.
    Non avrei più colmato i buchi. E quando l'insegnante, l'anno dopo, chiese a un volontario di leggere un saggio di Henry Boyd, col cavolo che mi offrii. Volontario, certo: nel senso che fa la volontà dell'insegnante!

E non capivo come mai, su quel newsgroup, i futuri colleghi fossero infastiditi dalle mie parole e rispondessero con sarcasmo.

(continua)

Canzone del giorno: Vistas - My Head Feels Strange.

mercoledì 29 gennaio 2014

Il momento di dire basta


Si dice che sia difficile cominciare una cosa, ma che sia molto più difficile finirla.
È stato difficile per Paolo Maldini e per Michael Schumacher; è tuttora difficile per Vasco Rossi e per Eugenio Scalfari.
Ed è difficile anche per me, scrivere la parola fine su questo blog.

Quando leggo di blogger che festeggiano il primo, o il secondo compleblog, mi viene da sorridere. Perché quasi otto anni, diconsi otto anni della mia vita sono stati bloggati qui. A fasi alterne, ma qui io ritorno sempre.

Questo blog ha passato periodi belli. Lo chiamai Senza traccia d'istinto: ero fan del telefilm, al tempo, ed era il primo titolo che mi era venuto in mente. C'erano dei giorni in cui passeggiavo, da solo, e mi immaginavo che in sottofondo ci fosse il tema musicale del telefilm. Non la sigla, bensì quelle quattro battute di pianoforte che fanno da leitmotiv, soprattutto nella prima stagione. Era uno stile di vita, per me.

I primi due anni furono bellissimi. Era il periodo in cui presi la patente, e in cui le mie droghe si chiamavano 24, Lost e Harry Potter. L'indirizzo era ***.blogspot.com: ve lo ricordate? Strinsi molte amicizie, alcune delle quali continuarono, altre andarono a morire, assieme ai rispettivi blog.

Nel 2008, poi, cambiai l'indirizzo, che diventò l'attuale. Lo cambiai perché S., la ragazza con cui fino all'agosto di quell'anno fui fidanzato, lo conosceva, e non volevo che leggesse i miei sfoghi.
Ai miei contatti di allora comunicai il nuovo indirizzo, ma è probabile che non tutti abbiano aggiornato la lista dei preferiti.
Un po' per tale ragione, un po' perché fui impegnatissimo con la tesi, alla quale seguì la depressione post lauream, il blog piano piano si arenò.

Risorse un po' tra la seconda metà del 2011 e il 2012, a seguito della morte di mio padre. Tornò ad essere una valvola di sfogo... ma ormai il declino era avviato.

Non dico che sia declinato il suo autore. Ma il blog, pur essendo una mia creatura, ha una sua vita. E oggi la vita di questo blog è simile a quella di un giocatore di Risiko che ha due territori, non riesce a conquistarne nemmeno uno per prendere la carta, spera che un avversario lo uccida per potersi guardare la TV in santa pace nell'altra stanza, ma non muore mai.

Non nego che, alla fine della fiera, ciò che mi fa soffrire in questo momento sia l'avere pochi commenti. Mi si può dire quello che si vuole: che sono incostante e si fa fatica a seguirmi, che a volte parlo di argomenti che non coinvolgono una grande folla; ma la verità è semplice, e ce l'ha insegnata la fine del socialismo. Il mercato è sovrano, e un blog che non ha commenti non è interessante. Punto.

E se penso a quante ore ho perso per scrivere alcuni post, a quanta minuzia metto, a quanto amore spendo per scrivere... mi viene da piangere. In questi giorni la mia mente era un fiume in piena. Vorrei parlare di tante cose, ma poi penso: ma cosa scrivo a fare, ché tanto non interessa a nessuno?

Mi si potrebbe obiettare che misuro la qualità con il numero di mi piace. Giusta obiezione; allo stesso modo non è giusto giudicare le proprie amicizie dal numero di uscite serali ogni settimana. Tuttavia, stare solo, in casa, il sabato sera, quando avrei voglia di uscire, mi deprime: e sfido chiunque a smentirmi.

Mi si potrebbe consigliare di non spendere tanto tempo per un post, ché non è un romanzo destinato a vincere il Bancarella. Ma io sono sempre stato perfezionista: le brutte copie dei miei temi di italiano erano piene di cancellature, correzioni, aggiunte. Non sono mai riuscito a scrivere velocemente e bene. Per questo su Twitter sono una frana.

Non credo di non essere capace di scrivere, e nemmeno di non avere alcuna wit, che è la mia parola inglese preferita, e che non è né la brillantezza, né lo spirito, né il mordente. Su Facebook, quantomeno tra coloro che conosco anche di persona, ne ho spesso la conferma. Ma evidentemente la cosa non funziona qui: perlomeno, essendo qui da quasi otto anni. Troppe, probabilmente, sono le contraddizioni nelle quali sono caduto - tante, d'altra parte, sono le volte che ho cambiato opinione - e io mi sento come quando incontro ex compagni di classe, che mi guardano pensando di avere ancora di fronte il ragazzino di un'era geologica fa.

Personalmente, non smetterò di scrivere, e questo blog non sarà cancellato, ma con ogni probabilità questo è il suo ultimo post.

A rileggerci, ragazzi, e buona fortuna.

lunedì 9 dicembre 2013

Ye Olde Starre Inne

Ecco, questo mi sembra assai più utile dell'accapigliarsi su chi perderà le prossime elezioni. (E Jonathan Strange & Mr Norrell è il motivo per cui ho rispolverato il mio account Twitter.)

venerdì 6 dicembre 2013

Alacri castori e maghi teorici

  • Scrivere una mail ai miei allievi, con i quali stiamo studiando la macchina di Turing, chiamandoli alacri castori: fatto;
  • Descrivere, alla classe giunta a visitare il museo di storia della fisica, il mondo degli studiosi prima della rivoluzione scientifica citando Jonathan Strange & Mr Norrell: fatto.
Canzone del giorno: The Doors - People Are Strange.

sabato 30 novembre 2013

Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un (altro) passeggere (3)

Venditore Sono sempre più fiero di lei! Si sta sempre più convincendo che non è in pericolo!
Passeggere Ma mi spiega com'è possibile che non abbia alcuna paura? Voglio dire, se lei è il bersaglio...
Venditore Mi prenda la mano.
Passeggere Prego?
Venditore Mi prenda la mano, le ho detto.
(Il Passeggere, esitando, prende la mano del Venditore. Accortosi di ciò che ha afferrato - anzi, di ciò che non ha afferrato - lancia un urlo, che gli fa promettere, in cuor suo, che non si sarebbe mai più preso gioco degli uomini che non si comportano da uomini.)
Passeggere Lei è... Lei è...
Venditore Uno spirito? Qualcuno mi definisce così.
Passeggere Ma dunque... L'ha uccisa uno dei suoi compratori?
Venditore No, sono stato assai più imbecille. Quando, all'inizio, lei era indeciso se io fossi un eroe, un incosciente o un imbecille, io avrei potuto subito darle la risposta. Avevo disegnato un lunario per me, e in un sabato di settembre era scritto "incidente motociclistico" . Avevo finito i disegni per quel giorno, ero andato a fare un giro sulla mia moto, e finii dritto in un fossato. La mia storia fu raccontata anche sui giornali, ci crede? Era nuova di zecca, quella moto. Avevo sempre sognato di possederne una.
Passeggere Ma lo sapeva già, no? Voglio dire: se anche non avesse disegnato quel lunario, l'incidente l'avrebbe avuto ugualmente!
Venditore E chi può dirlo? Nessuno legge i lunari prima del tempo!
(Passa un altro acquirente, un anziano Oste, a comprare il suo almanacco.)
Oste Il solito, signore?
Venditore Certo. Prezzo bloccato per lei, signor Armando! (Riceve i trenta soldi dall'Oste.)
Passeggere (All'Oste) Mi scusi se la disturbo, signore... io non so se anche lei è arrabbiato con il qui presente venditore di almanacchi, ma mi spiega com'è che anche chi è arrabbiato continua a comprarli? Sono tutti masochisti?
Oste (Esplode in una risata) Per la stessa ragione per cui lo comprerà lei, amico! Sa, un mio lontano, lontanissimo antenato l'aveva conosciuto, il passante impertinente di cui aveva parlato quel poeta! Anche lui era restio, ma alla fine comprò l'almanacco, e andò via pure contento! Il nostro compare ha anni e anni di esperienza: è il miglior commerciante sulla piazza. Nessuno resiste al suo destino, amico. Nessuno sfugge alla vita.
Passeggere (Al Venditore) Senta, sa che le dico? Mi dia l'almanacco. Questa situazione mi mette ansia: voglio andare via.
Venditore Come desidera, illustrissimo. Ecco qua. Sono trenta soldi, proprio come per quel signore che il nostro locandiere ha appena nominato. Tornò anche lui tutti gli anni, lo sa? Siete molto diversi tu e lui, però. A dire la verità lui me lo ricordo per un motivo ben preciso. Non mi minacciò mai: era più rassegnato che altro. Mi sa che il giovanotto che abbiamo visto prima, quello armato di spranga, sta prendendo la stessa china. Peccato, però. (Prende il denaro, e porge l'almanacco al Passeggere.) Tra poco dovrò andare anche io: sarà il tramonto, l'anno vecchio sarà finito. Forse, se avesse aspettato qualche minuto, avrebbe risparmiato i soldi; ma non era così che era scritto. Ci vediamo fra un anno, signore.
Il Passeggere si allontanò di qualche passo dal carretto, appoggiò l'almanacco per terra, prese un fiammifero e incendiò la carta.
Quando cessò l'ipnosi delle fiamme, gli venne in mente di chiedere al Venditore se, quantomeno, ci sarebbe stato almeno un giorno felice.
Si aspettava la risposta: nessuno legge i lunari prima del tempo.
Ma, regolarmente interrotto dai rintocchi delle vicine campane che annunciavano la Messa della vigilia, il Passeggere sentì, forte e chiaro, il rombo di una moto che si allontanava.
(fine)

venerdì 29 novembre 2013

Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un (altro) passeggere (2)

(continua dalla prima parte)
Venditore Senta, perché non si accontenta del suo lunario e la chiudiamo qui? Ho da fare, sa... E poi gliel'ho detto: succede ogni settimana del Cristo Re, non deve preoccuparsi! Sempre che –- ho detto anche questo -– non sia preoccupato per sé stesso, e non per me o per il mio carretto.
Passeggere A proposito, anche questo volevo chiederle. Oggi è il 30 novembre. Anche l'anno scorso era passato in questo periodo: l'avevo vista da lontano. Perché viene adesso a vendere i suoi almanacchi, e da qui a capodanno non la vediamo più?
Venditore I miei almanacchi seguono l'anno liturgico. Domani -– anzi fra un'oretta, al tramonto -– è la prima di Avvento, prima domenica dell'anno: tutto perfettamente in orario. Il fatto che lei non se ne sia accorto, nonostante abbia abbondantemente sfogliato il suo, non fa che confermarmi che nessuno legge il lunario, prima del tempo! (Ride.)
Passeggere Lei crede in Dio, signore?
Venditore Non è importante. Non è una questione religiosa: non mi è mai piaciuto il capodanno il 1º gennaio, in mezzo a tutte quelle luci e quel baccano. La gente fa tanti propositi quella notte, ma sempre su cose banali, futili. Meglio cominciare a contare qui i giorni, all'inizio di un tempo di silenzio e di attesa.
Passeggere (Riflette per un momento, poi riprende di scatto.) E comunque non divaghiamo! Non mi ha ancora detto perché la gente le spara addosso!
Venditore (Ride di nuovo.) Stiamo facendo progressi! Vede? Il lunario le ha distolto l'attenzione da me.
(Sopraggiunge la Donna in carriera. Alta, capelli neri a caschetto, cartellina in mano, tacchi altissimi.)
Donna in carriera Questa è una truffa!
Venditore Senti chi parla!
Donna in carriera Non sto parlando con lei, sto parlando con il suo cliente. Quest'uomo è un truffatore. Le consiglio di svignarsela al più presto.
Passeggere Posso venire con lei?
Donna in carriera Certo, ho la macchina qui dietro. Solo un momento. (Apre borsetta e cartellina, tira fuori dalla borsetta il portafoglio, dà trenta soldi al Venditore e infila l'almanacco nella cartellina.) Be', cosa fa? Venga, non ho tempo da perdere! (Prende il Passeggere per un braccio, che ha la mano dell'altro braccio allungata per afferrare nuovamente l'almanacco che prima aveva sfogliato, e lo trascina dietro l'angolo. Il Venditore attende, sogghignando.)
(Dopo pochi secondi, la Donna in carriera e il Passeggere rientrano.)
Donna in carriera Batteria scarica, e nessuno in giro che possa far partire la macchina con i cavi. (grida) Lo sapevo! Dannazione! (Si allontana ad ampie falcate, mollando il Passeggere con uno spintone verso il Venditore.)
Venditore Era scritto.
Passeggere Come sarebbe "“era scritto”" ?
Venditore Sul suo lunario. Alla data di oggi era scritto "batteria auto scarica" . Come ho detto, nessuno legge i lunari prima del tempo, ed evidentemente la fretta era troppa, stamattina, per leggere persino alla voce odierna.
Passeggere Ma allora... La signora che è arrivata per prima, il giovanotto...
Venditore La signora è stata lasciata dal marito due anni fa, povera. Se ne andò appena seppe che a lei non sarebbe spettato nulla, dell'eredità del vecchio Costanzi.
Passeggere E il giovanotto...
Venditore E il giovanotto da pochi mesi è senza la sorella maggiore. Uccisa da un proiettile vagante, in una guerra tra clan.
Passeggere E tutto questo era scritto sui lunari.
Venditore Precisamente.
Passeggere Quindi lei vorrebbe dirmi che sapeva tutto in anticipo?
Venditore E chi può dirlo? Nessuno legge i lunari prima del tempo!
Passeggere Oh mio Dio! C'è qualcosa di minaccioso in questo!
Venditore No, signore. È la vita...
Passeggere Sì, ma sapere tutto in anticipo è inquietante!
Venditore È una maledizione, vuol dire?
Passeggere Forse. Ma mi dica: sui suoi almanacchi sono scritte solo le cose brutte?
Venditore Certo che no! Guardi quel ragazzo laggiù, che saltella con la lettera in mano! Quella è la sua lettera di assunzione a Savonlinna, in Finlandia, dove vive la sua ragazza. Era scritto tutto, sul suo almanacco: la data in cui avrebbe preparato il suo curriculum, la data in cui l'avrebbe inviato e la data in cui avrebbe ricevuto la risposta. Lei crede che costui verrà qui?
Passeggere Forse a comprare un altro almanacco.
Venditore Probabile. Anzi, sicuro. Ma non mi riconoscerà nemmeno. E guardi anche quella signora che spinge il passeggino. Un anno fa i medici le avevano dato sei mesi di vita, al massimo. Eccola, più sana di prima, completamente guarita.
(Il Passeggere si guarda intorno, un po' rassicurato ma non del tutto.)
Passeggere Anche lei non si ricorderà.
(Spari improvvisi. Il Passeggere si accovaccia, ma non si nasconde dietro il carretto, stavolta.)
(continua)

giovedì 28 novembre 2013

Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un (altro) passeggere (1)

Fiaba d'Avvento

Il venditore d'almanacchi reso celebre da Giacomo Leopardi proseguì, nel suo lavoro, per svariati anni.
La maggior parte degli acquirenti nemmeno ricordava il suo volto, una volta comprata la merce. Una minoranza si fermava a scambiare qualche parola, che si perdeva nell'aria come l'alito che condensa. Alcuni lo interrogarono, come il protagonista dell'Operetta leopardiana: senza chiedergli cose significativamente diverse, nondimeno; non vale la pena soffermarvisi.
Finché non giunse un Passeggere particolarmente fifone...

Venditore Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?

Passeggere Almanacchi per l'anno nuo... (Spari) Aaaaahhhhhh!!!!! (Si nasconde dietro il carretto del Venditore, cercando di trascinarlo con sé. Il Venditore resta fermo, mentre ancora si odono spari.)

Venditore Di cosa ha paura, signore?

Passeggere (nascosto dietro il carretto, tentando di prendere il Venditore per una gamba) Ma è sordo? Non sente che ci stanno sparando addosso?

Venditore (Gli spari cessano.) Ma sì, succede ogni fine d'anno: ci sono abituato ormai!

Passeggere Forse non ha capito! Siamo il 30 novembre, e questi non erano fuochi d'artificio: erano spari veri! Non li sentiva?

Venditore Certo che li sentivo! Ma volevano sparare a me, mica a lei! Venga fuori! È preoccupato per me o per sé stesso?

Passeggere (uscendo dal nascondiglio, circospetto) Lasci stare! Devo decidere se lei è un eroe, un incosciente o un imbecille!

Venditore Senta, non sono qui per farmi insultare. Vuole un almanacco o no?

Passeggere Mi faccia vedere...

(Mentre il Passeggere sfoglia il primo almanacco della pila, sopraggiunge la Signora. Dietro l'aspetto trascurato, si intravede il suo passato da nobildonna. Si ferma dinanzi al Venditore, puntando il dito contro di lui.)

Signora Lei me la pagherà! L'ho mancata anche quest'anno, ma me la pagherà! Quali disgrazie ha preparato per me, stavolta? Che so, un ictus, una trombosi fulminante?

Venditore Chi può dirlo? Nessuno legge cosa è scritto sul lunario prima del tempo!

Signora Ma lei li fa!

Venditore Certo, signora. E il suo è qui, bell'e pronto. Lo vuole?

(La Signora lo sfoglia distrattamente, poi dà al Venditore trenta soldi e se ne va portandolo con sé.)

Passeggere Devo riconoscere che lei disegna benissimo.

Venditore L'ho convinta a comprarlo?

Passeggere Prima devo capire perché quella donna era tanto arrabbiata con lei! E soprattutto, perché le sparavano addosso!

Venditore Gliel'ho detto: lei non è in pericolo. E la ragione per cui la signora era alterata non è affar suo... e nemmeno mio, per essere esatti.

Passeggere No, senta, qui questa cosa mi puzza. Me ne vado. (Dà ancora una scorsa all'almanacco che aveva sfogliato prima, e indugia.)

Venditore Lei non se ne vuole andare.

(Giunge il Giovanotto, dall'aria rabbiosamente pacata, con una spranga di ferro in mano.)

Giovanotto Cosa le ho fatto di male?

Venditore Lei? Niente.

Giovanotto Allora era arrabbiato con mia sorella?

Venditore Neanche un po'.

(Il Giovanotto brandisce la spranga, minacciando di distruggere il carretto. Mentre sta per abbassarla, il Venditore gli porge un almanacco.)

Venditore Il suo almanacco, signore.

Giovanotto (Getta la spranga a terra e dà trenta soldi al Venditore.) Grazie. (Esce.)

(continua)

lunedì 25 novembre 2013

#25N

Giove, perché questa magagna rea
degli uomini, le donne, a luce desti?
Se tu volevi seminare il germine
dei mortali, alle donne uopo non era
ricorso avere; ma doveano gli uomini
nei templi tuoi deporre un peso d'oro,
o di ferro, o di rame, e fare acquisto
del seme dei figliuoli, indi, ciascuno
in ragione del prezzo, e in casa vivere
liberi, senza donne. Adesso, invece,
per introdurre il reo flagello in casa,
perduti van delle famiglie i beni.
E che gran male sia la donna, basta
a dimostrarlo questo solo: il padre
che la nutrí, la generò, la manda
fuori di casa, e sborsa anche la dote,
purché libero sia da quel malanno.
E quegli, invece, che in sua casa accoglie
questa genía calamitosa, gode
nel ricoprire l'idolo esecrabile
con gli ornamenti belli, e s'arrapina
intorno ai pepli, misero, e in rovina
manda la casa. Ed è, necessità.
Ché, se coi grandi s'imparenta, deve
far lieto viso a un matrimonio tristo.
Se poi buona è la sposa, e son da poco
i suoi parenti, soffocare ei deve
con le belle apparenze i suoi dolori.
Il meglio per un uomo è avere in casa
una donna da nulla, anche se inetta
e sempliciona: le saccenti aborro.
Deh, mai, mai quella donna in casa mia
non entri, che presuma oltre il suo sesso!
Ché la malvagità suscita Cípride
di preferenza nelle scaltre: invece,
di semplicetta nell'angusta mente
meno ha ricetto la follia d'amore.
Né mai dovrebbe alcuna ancella presso
stare alle donne, ma le mute gole
sol delle fiere, sí che non potessero
ad alcuno parlar, né voce intenderne.
Ché le persone tristi intrighi intessono
in casa, e fuor li portano le ancelle:
come ora tu, ribalda vecchia, vieni
a me, per far del talamo intangibile
del padre mio, mercato: ond'io con fluida
acqua mi monderò, dentro le orecchie
la verserò. Come alla taccia posso
di tristizia sfuggir, quando mi sento
per gli orrori che udii, contaminato?
O donna, e tu sappilo bene: salva
ti fa la mia religïon: se, còlto
di sorpresa, giurato io non avessi
pei Numi, stato io non sarei, che tutto
al padre io non svelassi. Or dalla casa,
finché Tesèo lontano è dalla patria,
io me n'andrò: sarà muto il mio labbro.
E con mio padre tornerò, vedrò
come potrai fissarlo in viso, tu
e la signora tua, saprò per prova
l'audacia tua, sino a qual punto arriva.
Alla malora! D'odïar le femmine
io mai non sarò sazio, anche se dicono
che mi ripeto sempre: anch'esse, dico,
sono sempre perverse. O le ammaestri
alcuno ad esser sagge, o sia concesso
a me, che sempre contro esse mi scagli.

(Euripide, Ippolito, traduzione di Ettore Romagnoli)

sabato 18 maggio 2013

Ignorantia vestra, humanitas mea

Gli scatoloni di libri usati, ai mercatini delle pulci o alle sagre paesane, sono i miei preferiti: e non mi riferisco solamente al risparmio.

Mi affascinano, in quegli scatoloni, i tormentoni del passato, i best seller mancati, i saggi di attualità che non è più attualità, i testi scolastici monocromatici dal linguaggio aulico.

Ogni volta che compro un libro usato - da uno scatolone, o su eBay - non mi domando a chi fosse appartenuto, ma perché il precedente proprietario se ne sia disfatto.
Doppione? Ciofeca? Scaffale pieno? Moglie col randello in mano?

Nel caso di un testo scolastico la risposta è fin troppo facile. Anche se, vedendo i testi che campeggiano attualmente negli zaini, mi viene voglia di dare ai miei futuri figli i manuali che ho usato io.
Possiedo una grammatica di greco antico, per il ginnasio. Appartenuto a Marta, la quale, a occhio e croce, non doveva amare granché accenti e spiriti. Se Saffo cantava d'amore, Marta affidava il suo, di amore, alle pagine del manuale della lingua di Saffo.

I saggi di ex attualità sono i volumi più istruttivi di tutti. Ancora più dei "casi letterari" che provocano la stessa reazione del nome di Laura Luca. Ve lo ricordate Christian Jacq? O Michel Rio?


Sono istruttivi da un lato perché la memoria di certe cose non deve essere persa; dall'altro, perché sfogliandone uno ci rendiamo conto di quante cose sono state per qualcuno di noi ragione di litigi epici, di amicizie rotte... e adesso, che fatica anche solo ricordare i nomi! E quanti soldi qualcuno di noi ha speso, per rovinarsi il fegato. Rivaluto i soldi spesi per i vestiti firmati.



Leggo oggi che, a Bari, un uomo è morto e i suoi eredi hanno gettato i suoi libri nel cassonetto, successivamente razziato dai lettori locali.
Non faccio ramanzine sul valore della cultura. Non mi sorprende nemmeno che gli eredi del bibliofilo defunto non abbiano pensato di donare la sua collezione alla biblioteca civica o a una scuola. Una persona capace di gettare dei libri in un cassonetto neanche sa cosa sia, una biblioteca.
Anzi: gettatene di più, magari nei cassonetti sotto casa mia. Ignorantia vestra, humanitas mea.

domenica 28 aprile 2013

Prieti e Prete

Appena ho letto il nome del pazzo dal grilletto facile che qualcuno già sta santificando, sono saltato sulla sedia domandandomi ma che ci fa un critico letterario a sparare davanti a Palazzo Chigi? Ma non mi era venuto in mente il suo quasi omonimo Luigi Preti, che manco sapevo chi fosse, bensì Antonio Prete, il curatore dell'edizione delle Operette Morali che ho usato al liceo. Andiamo bene!

Canzone del giorno: Avicii - Before This Night Is Through.

martedì 9 aprile 2013

LivE Newton Compton

Voglio toccare con mano, dicevo.

E quando toccai veramente con mano L'arte di essere felici (De vita beata) di Seneca, domenica dalla mia ragazza, non riuscivo a crederci.

So che dovrei smettere di rimanere basito di fronte ai pretesti che si trovano, in Italia, per sollevare polemiche. E so che non dovrei perdere tempo a scriverci addirittura un post, che dedico ad Emanuele.

Poche settimane fa l'editore Newton Compton ha lanciato una nuova collana: LivE, al prezzo di 0,99 € a volume. Gli studenti squattrinati sono salvi.
O no?


Eh no! Mica possono cavarsela così, strepitano gli editorucoli e scribacchini de noantri.
La cultura ha un costo; vendere libri ad un prezzo così basso vuol dire far passare l'idea che gli altri editori sono ladri; è solo uno specchietto per le allodole; non produrrà nuovi lettori perché l'italiano medio è lobotomizzato da tv e cellulari.

Allora. Riservandoci di verificare più tardi i danni agli specchi, graffiati nei vari tentativi di arrampicarcisi, facciamo il punto della situazione.
  • Tutti, ma dico tutti, coloro che gridano allo scandalo per i libri a 0,99 euro ricordano con nostalgia i Millelire di Marcello Baraghini: una collana supereconomica di stampa alternativa, quindi comunista;
  • costoro, ai tempi dell'università (laurea in lettere, quindi comunista), hanno fatto incetta anche dei 100 pagine 1000 lire della medesima casa editrice che adesso maledicono; ora però loro sono ricchi, e com'è possibile, se loro sono ricchi, che esista gente che non cambia macchina ogni sei mesi? 
  • Cosa? Qualcuno non arriva nemmeno al primo, dei sei mesi? Balle. Pagano 9 euro la pizza e pretendono di avere la cultura gratis. Fannulloni col c**o parato dal papi;
  • i libri a 0,99 € saranno comprati solo perché costano poco, e poi nemmeno letti. Giusto: Il ballo di Irène Némirovsky, che ho letto in coda alla posta, mica l'ho pagato 0,99 €. L'ho pagato 0,92 €, in virtù dell'ulteriore sconto delle librerie Feltrinelli sulle novità editoriali;
  • i libri a 0,99 € non incoraggiano la lettura: per incoraggiarla, infatti, servono opere in grado di passare alla storia, come Il palazzo e la piazza di Bruno Vespa, Peluche di Emilio Fede o La civiltà dell'amore di Sandro Bondi;
  • oppure, in alternativa, geniali strategie politiche, come il divieto agli sconti superiori al 15% sul prezzo di copertina.
Dimenticavo: nelle file di quale partito è stato eletto Ricardo Franco Levi - nato in Uruguay, quindi comunista - l'autore della legge che di fatto ha ucciso il mercato, e al quale non escludo che il logo della collana di Newton Compton, con quella E specchiata, sia un messaggio nascosto? Nelle file del Partito Democratico, quindi comunista.




Canzone del giorno: Wang Chung - Dance Hall Days.

venerdì 18 gennaio 2013

La quercia del Tasso, ovvero l'ottica ondulatoria


Capitava, nella seconda metà degli anni '80, che anche i non insonni potessero sentir leggere in televisione brani di famosi scrittori.
Capitava, in un appartamento bicamere di una cittadina della provincia di Treviso, che quella trasmissione si guardasse ogni sera.
Capitò, una sera, che il brano di turno cominciasse così:
Quell’antico tronco d’albero che si vede ancor oggi sul Gianicolo a Roma, secco, morto, corroso e ormai quasi informe, tenuto su da un muricciolo dentro il quale è stato murato acciocché non cada o non possa farsene legna da ardere, si chiama la quercia del Tasso perché, avverte una lapide, Torquato Tasso andava a sedervisi sotto, quand’essa era frondosa.
Anche a quei tempi la chiamavano così.
Fin qui niente di nuovo. Lo sanno tutti e lo dicono le guide.
Meno noto è che, poco lungi da essa, c’era, ai tempi del grande e infelice poeta, un’altra quercia fra le cui radici abitava uno di quegli animaletti del genere dei plantigradi, detti tassi.
Capitava, nel summenzionato appartamento, che il libro da cui questo brano è tratto fosse presente, e che il più giovane degli inquilini fosse un bambino molto curioso.

Otto anni più tardi quel bambino, divenuto ormai ragazzo, si trovò, con una ventina di suoi coetanei, in una grossa stanza di un palazzo della sua cittadina natale ad ascoltare la Gerusalemme liberata del Tasso della quercia, letta da un alto signore, poco più giovane di suo padre.
L'alto signore, una mattina, citò alcune righe di quel racconto che il ragazzo aveva sentito in televisione: riconosciutolo, costui proseguì nel raccontarne la trama.
"Lo conosci?" gli chiese l'alto signore.
"Sì," rispose il ragazzo, "ne avevo sentito l'inizio in televisione quando andavo alle elementari e poi ho letto il resto."
"L'hai letto?" insistette l'alto signore.
"Sì..."

Ieri pomeriggio il ragazzo - che forse è un po' azzardato chiamare ancora ragazzo - si trovava al museo di storia della Fisica dell'Università di Padova.
La direttrice, illustrando il museo a lui e ad altri cinque ragazzi che si apprestano a condurvi le visite guidate per le scuole, giunti di fronte agli strumenti per studiare i fenomeni di interferenza e diffrazione della luce, disse che quella parte si poteva anche saltare.
Il ragazzo aggrottò le sopracciglia, e timidamente replicò: "ma noi, nell'anno scolastico millenovecentonovantacinque/novantasei, l'ottica ondulatoria l'avevamo studiata..."
"Ma dove hai studiato?" gli domandò la stupefatta direttrice.

Il 1995/96 è lo stesso anno in cui, nella sua classe, si era parlato della Quercia del Tasso.
Il ragazzo, dinanzi all'insistenza del suo insegnante di italiano, aveva avuto la sensazione di non essere creduto. Credeva che Achille Campanile fosse famoso; e l'insegnante, tra l'altro, ogni tanto leggeva in classe una Tragedia in due battute.
Sarebbero servite due persone per convincerlo di quanto fosse sorprendente che un sedicenne, all'epoca di Beverly Hills e degli Oasis, conoscesse un racconto umoristico pubblicato quando i suoi genitori andavano all'università.

Uscendo dal museo, ieri pomeriggio, una sua prossima collega domandò al ragazzo: "tu sei un veterano qui, vero?"
"Veramente è la prima volta che vengo..." le rispose lui.

Si sentì, ancora una volta, estremamente fortunato.

Canzone del giorno: The Smiths - Please, Please, Please, Let Me Get What I Want.

domenica 30 dicembre 2012

Ironizzare

Anni di risvegli con Prima pagina di Radiotre causano almeno due magagne:

Oggi, sulla metropolitana, leggevo il quinto capitolo della Ricerca della lingua perfetta (nella cultura europea), nel quale Umberto Eco descrive l'ipotesi monogenetica, ovvero la derivazione di tutte le lingue da una sola.

Tradizionalmente, il ruolo di lingua madre spettava all'ebraico, ma non sono mancate tesi fantasiose, come quella che da Anversa sostenne Giovanni Goropio Becano (Jan van Gorp). Secondo costui, i Cimbri, antenati dei suoi concittadini, discendono direttamente dai figli di Iafet e non erano presenti sotto la torre di Babele, perciò furono risparmiati dalla confusio linguarum e conservarono la lingua primigenia, trasmessa da Dio a Adamo.

Su queste pretese - si legge nel saggio di Eco - ironizza Giambattista Vico.

Ora, parliamone.
La ricerca della lingua perfetta è datato 1993. Nonostante i risvegli - nonché i pranzi e le cene - all'insegna dell'informazione, i miei ricordi delle parole in voga in quegli anni non vanno oltre tangentopoli, Mani pulite, concussione, strage, aula bunker, minimum tax, serpentone monetario.
Non so, in altri termini, se fosse già pratica usuale, nei telegiornali, il pastone politico. Ve lo ricordate, Francesco Pionati ogni sera al TG1? Quel servizio in cui un ministro annuncia un provvedimento, ed è rapido il botta e risposta tra il governo e l'opposizione; i centristi aprono al dialogo mentre è secco l'intervento del sottosegretario.

E che fa il sottosegretario? Ironizza. La CEI critica Berlusconi per la sua politica sull'immigrazione? Maroni ironizza. Giuliano Pisapia diventa sindaco di Milano? Formigoni ironizza. Berlusconi si ricandida alla presidenza del Consiglio? Fini ironizza. Ora, non mi sono andato a rivedere tutti i pastoni delle giornate in questione, ma non passa giorno senza che qualcuno ironizzi. Faccio una proposta ai giornalisti dei tg: prendete cento persone a caso, al mercato della frutta, e leggete loro le dichiarazioni di Maroni, Formigoni e Fini. Se anche uno solo - che non sia Gasparri o Schifani travestito - assorda venditori e acquirenti con una fragorosa risata, siete autorizzati a dire che Maroni, Formigoni e Fini hanno ironizzato.

(Volevo mettere anche Bersani, ma magari qualcuno lo scambia per Crozza.)

Quindi, caro Umberto Eco: se nel 1993 non avevamo così tanti umoristi in Parlamento, fa' finta che non ti abbia detto niente. In caso contrario, tuttavia, non mi puoi mettere Giambattista Vico ai microfoni del TG1 in mezzo a Cossutta, Occhetto e De Mita. Anche perché in seguito potrebbe provare una singolare attrazione per un salotto dalle poltrone bianche e per un anfitrione dal viso maculato, e discettare di corsi e ricorsi su un'isola dei Caraibi.

Canzone del giorno: The Bravery - An Honest Mistake.

giovedì 18 ottobre 2012

La colonna sonora della vita: autunno 2011

Ecco cosa succede a voler imparare il greco, e ad ascoltare su Internet le radio greche. Dopo che la mia tandem, Ελένη (Κιούσηηηηηη μου λείπεις!), seppe che conoscevo Master Tempo, per lei io fui l'italiano che conosceva Master Tempo. Quello che a Becky Bloomwood non riuscì con una sciarpa di Denny & George, riuscì a me con pochi centesimi di connessione a Internet.

Πιο καλά θα περνώ μωρό μου εγώ μετά από σένα
Όλα μοιάζουν πια ξεχασμένα
Φεύγω μακριά απ‘ τό ψέμα
Questo post partecipa all'iniziativa di Attimi di Letizia.

mercoledì 12 settembre 2012

Febbre tipografica acuta



A me fa male leggere Just My Type (a book about fonts). Quando ero ragazzino avevamo una stampante ad aghi che, una volta fatta partire, forse aveva finito prima che fosse pronta la parmigiana che nel frattempo avevamo appena iniziato a cucinare; e la scelta era tra due tipi di carattere: Roman e Sans Serif.

Ma non scampai a lungo dalla febbre da cambio di font. E ora, che sto leggendo il libro di Simon Garfield - in inglese, perché Sei proprio il mio typo proprio nun se pò senti'! - anche un succo di frutta mi attiva lo spirito da detective. Per esempio Valfrutta, che per le informazioni nutrizionali usa Aller.

(Merito di Identifont, beninteso.)

(Sì, vi faccio guardare la rapida volpe marrone che scavalca con un balzo il pigro cane per tenervi ancora un po' sulle spine in attesa di leggere il seguito della storia di Camilla.)

Canzone del giorno: Aerosmith - Cryin'.

mercoledì 29 agosto 2012

Erice ISLC: seconda giornata

Ieri siamo stati a mezzo servizio: dopo la mattinata di talk - alla quale sono arrivato con mezz'ora di ritardo, perché non ricordavo che l'inizio fosse fissato alle 8.30 anziché alle 9 - un bagno di classicità al sito archeologico di Segesta.


Pare che il tempio di Segesta non sia stato terminato perché gli ateniesi, invocati dai segestani in lotta con Selinunte, avevano perso la guerra con Siracusa, da Selinunte protetta. I segestani non avevano perciò più alcun interesse ad essere graditi ad Atene e la costruzione del tempio fu interrotta, per non essere mai più ripresa. Nel frattempo, sempre per contrastare Selinunte, i segestani si allearono con i cartaginesi; e dopo che Cartagine fu sconfitta dai romani, si allearono con questi ultimi, finendo per non pagare alcun tributo e, anzi, riceverne da 75 città siciliane.
Apperò.


Oggi si torna a lavorare: giornata piena, talk mattina e pomeriggio e poster durante le pause. Se mai dovessero tornarmi momenti di sconforto per manifesta inadeguatezza al mondo della ricerca, penserò che, nel caso peggiore, la prossima volta potrò recitare lo sfogo di Ippolito al teatro di Segesta; come i due professori che, non paghi della loro mezz'ora di celebrità nella sala conferenze, hanno declamato il quinto canto dell'Inferno.

Canzone del giorno: Ace of Base - Don't Turn Around.

martedì 14 agosto 2012

In spiaggia all'alba (6) - Cuore vintage su due ruote



Se gli scrittori romantici, orfani dello stato di natura, fuggivano dal caos cittadino, io, orfano delle Olimpiadi, fuggo dal prepotente ritorno del calcio. E se i primi trovavano sollievo nella contemplazione della natura e nelle sensazioni primitive, io lo trovo nelle Perle di sport su Rai Sport 2.

La Rieti-Roccaraso del Giro d'Italia 1987 non è stata una tappa decisiva per la classifica. Una frazione per attaccanti: come Moreno Argentin, allora campione del mondo, che la vinse.

Non dico mi sia venuto un tuffo al cuore, risentendo Adriano De Zan salutare gli appassionati davanti allo schermo: Gentili signore e signori, buongiorno! Anche se ha tenuto compagnia a me e a zia Giuliana nei casalinghi pomeriggi delle elementari, seminando la mia passione per il ciclismo. Quando ho avuto la possibilità di scegliere (i bei tempi di Telemontecarlo!), ho sempre preferito il figlio Davide, con Franco Cribiori al commento tecnico.

Nel 1987 la regia televisiva non era peggiore di oggi. L'audio dalla corsa era ridotto al minimo: non si sentivano le urla dei tifosi o il rombo dell'elicottero. Le sovraimpressioni erano essenziali: più grandi e tutte in maiuscolo; i corridori ormai tagliati fuori dalla lotta per il successo di tappa erano chiamati, espressamente, ritardatari; degli atleti c'era solo il cognome e il numero di gara; durante i replay compariva la scritta replay in alto a sinistra. Maurizio Fondriest era un giovane particolarmente in vista, e di lì a pochi mesi avrebbe strappato la maglia iridata al suo connazionale. Franco Vona, Alberto Volpi e Marco Saligari, futuri protagonisti dei primi anni '90, erano neoprofessionisti. C'era un Bauer, ma non era omonimo dell'eroe di 24: si chiamava Steve ed era canadese. C'era Juan Fernandez, futuro direttore sportivo della Mapei-GB.

E oggi c'è la classica di San Sebastian. Dove le sovraimpressioni sono rigorosamente in basco; ed è la prima corsa, che io ricordi, dove i distacchi sono stati calcolati in tempo reale grazie al GPS. Era il 1994, subito dopo il quarto Tour di Miguel Indurain. Vinse Armand De Las Cuevas, ex gregario del navarro. Un corridore che mi piaceva moltissimo, che un annetto più tardi fuggì in Guadalupa: una fuga d'amore, si disse. Se la prossima Perla di sport fosse proprio quell'edizione, sì: potrei non trattenermi.

L'atmosfera di San Sebastian è sempre un po' surreale e malinconica. Tour e Olimpiadi sono alle spalle, i Mondiali sono ancora lontani: i bilanci di medio termine dominano sulle considerazioni di giornata. Non sono mancate le sorprese, come la vittoria di Xavier Florencio o Miguel Ángel Martín Perdiguero che beffa, sul traguardo, Paolo Bettini.

Mi ha sempre preso un po' la malinconia, in agosto. Come quando andavo a scuola. Ma quanto vorrei che, oggi, la malinconia nascesse solo dal dover tornare a scuola.

Canzone del giorno: Biagio Antonacci - Non vivo più senza te.

mercoledì 20 giugno 2012

Sei proprio il mio errore di stampa!

Mentre quasi 500 mila penne, stamattina, si affaticano ad immortalare i pensieri forzati di altrettanti diciannovenni, Marco Belpoliti sulla Stampa annuncia l'uscita, in Italia, di un saggio sulla storia dei caratteri tipografici: Just My Type del giornalista britannico Simon Garfield, già pubblicato in patria due anni fa.


Come apertura del suo pezzo, Belpoliti si domanda: sapete in che carattere è scritto l’articolo che ora state leggendo? Probabilmente no. Forse è solo una curiosità, dal momento che nessuno, salvo gli addetti ai lavori, vedono il carattere usato ne La Stampa (il Benton), nel romanzo che state leggendo, sui cartelli stradali o nella pubblicità che avete appena guardato.

Ovviamente, io sono l'eccezione che conferma la regola. Adoro osservare e provare i diversi caratteri tipografici: il mio preferito tra i "con grazie" (serif) è il Baskerville



e tra i "senza grazie" (sans-serif) il Calibri, che ha sostituito lo storico Arial e sta dando qualche colpetto alla corazzata Helvetica. Anche il Droid Sans, il carattere di default sui cellulari Android, mi piace molto, mentre è a sé stante l'Optima, un senza grazie con la grazia di un con grazie.


Detesto, al contrario, il Comic Sans - alla fine degli anni '90 era onnipresente! - e il Computer Modern, il carattere standard di LaTeX, nonostante sia il più ricco e versatile che abbia mai usato. Ma qui c'entra il mio rapporto di amore-odio con LaTeX nonché il suo essere il font in cui è scritta la maggior parte dei manuali scientifici e - soprattutto - le dispense dei professori ;-)

Inutile dire, quindi, che il saggio di Garfield mi interessa moltissimo. Tuttavia, qualcuno mi porti qui Roberta Zuppet, colei che l'ha tradotto in italiano per Ponte alle Grazie.

Il titolo inglese è un bellissimo gioco di parole - just my type, ovvero, proprio il mio tipo (nel senso di persona che ci piace) e proprio il mio carattere tipografico.
Il titolo italiano - Sei proprio il mio typo, ripreso anche da Belpoliti con A ciascuno il suo typo - vorrebbe essere un gioco di parole: peccato, però, che typo in italiano non esista, e che in inglese sia un'abbreviazione per errore tipografico: ossia, sei proprio il mio errore di stampa! Però, chi lo sa, magari se lo dite al vostro prossimo appuntamento galante il vostro typo si eccita e vi propone una notte di fuoco su una rotativa.

Canzone del giorno: Nicki Minaj - Starships.

martedì 5 giugno 2012

15 minuti di lettura

 
Ero sceso a Roma dalla mia famiglia, per il ponte del 25 aprile, e avevo cominciato 1984, romanzo che mi ripromettevo di leggere da diversi anni. E leggevo: a casa, la mattina durante la colazione e la sera prima di dormire, sui mezzi e per strada: la prima notte, di ritorno da una cena con amici, mi addormentai sull'autobus notturno, scesi 7 fermate più avanti e dovetti ripercorrere, a piedi, tutta via di Bravetta - già luogo di una passeggiata inattesa, un anno fa - a ritroso. Arrivai al punto in cui Winston e Julia si uniscono a O' Brien, nella Fratellanza.

Tornai in patria dopo una settimana, e ancora sto lì. Solo ieri, al bar dopo la pausa pranzo, esasperato dal vedere il segnalibro sempre alla stessa pagina, mi imposi 15 minuti da dedicare unicamente alla lettura. I protagonisti di 1984 hanno i due minuti dell'odio, io i 15 minuti della lettura.

Finché durerà. I buoni propositi, quest'anno, non sono andati molto a buon fine. All'inizio della Quaresima mi ero ripromesso di alzarmi ogni mattina puntuale alle 7, e di recarmi alla prima Messa del giorno.
Per una settimana, ci riuscii.

Canzone del giorno: Simple Plan - Get Your Heart On!

giovedì 15 marzo 2012

Cantami, o diva

Erano i ragazzi di Barbiana, nel 1967, che se la prendevano con l'Iliade del Monti insegnata alla scuola media. E me la prendo anche io, nonostante io fossi a pieno titolo uno dei "pierini" , i fortunati cresciuti in una casa piena di libri, che non avrebbero dovuto nemmeno alzare la cornetta per sapere cosa significasse, che so, se pugna Achille ei sol, nol sosterranno / nè pur tampoco i Teucri, essi che ieri / solo al vederlo ne tremaro (canto XX, vv. 32-34).

In realtà, poiché la nostra insegnante ci fece leggere la versione del Monti solo per il proemio - più per ragioni storiche che altro - a vantaggio dell'assai più comprensibile Rosa Calzecchi Onesti, credevo che ormai l'ira funesta fosse solo quella dei profughi afghani che dal confine si spostarono nell'Iran. Grosso errore: l'Iliade del Monti è tuttora presente nel programma ministeriale.

Ha un bel dire Salvo Intravaia, stamattina su Repubblica, che l'italiano nei temi della maturità è "sfregiato" . Se non altro, per l'esordio, tratto da un compito di un maturando di due anni fa:
Nell'antichità, in molte grotte o caverne, erano presenti molti graffiti che rappresentavano la presenza degli alieni. È difficile pensare che le persone di quel tempo si inventassero delle fandonie solo per andare in televisione, come accade molto spesso al giorno d'oggi, anche perché non ne avevano il motivo.
Jean-Charles l'avrebbe inserita senza pensarci due volte nella sua Foire aux cancres - in italiano, La fiera delle castronerie - tuttavia, per quanto perlacea (nel senso di perla scolastica), grammaticalmente la frase è ineccepibile.

Ma ammettiamo pure che Intravaia abbia ragione: potrei portare svariati esempi a sostegno della sua tesi. Perfetto, e adesso? Quale rimedio propone lui, o Marco Lodoli che gli fa eco?

Non c'è articolo, su questa falsariga, che non inveisca contro l'ultra-semplificazione e la povertà di lessico nell'italiano dei mass media. Sarà, ma è pur sempre un italiano più utile di quello del Monti.

E nemmeno serve arrivare a Monti. Qualche mese fa, al bar, una nostra amica indiana che sta imparando l'italiano leggeva ad alta voce I tre cani, nella versione di Italo Calvino. Una fiaba: non dovrebbe essere troppo complicata, no? E poi lo scrittore è contemporaneo. Come no: a ogni frase, dovevamo fermarci per spiegarle almeno un passato remoto irregolare e un paio di vocaboli desueti.

Non voglio concludere che anche Calvino, o Bassani, o Cassola... vadano buttati in soffitta. È vero anche che la nostra amica indiana impara l'italiano come lingua straniera; nondimeno, se vogliamo che i nostri ragazzi imparino a scrivere correttamente e comprensibilmente, Calvino, Bassani e Cassola vengano dopo. E anche l'innocente Monti, che magari non avrà più bisogno di stucchevoli parafrasi.

Ma forse è questo il giusto destino del Vincenzo: traduttor dei traduttori, tradotto pure lui.

Canzone del giorno: Charles Trenet - Que reste-t-il de nos amours?