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mercoledì 22 marzo 2023

Bando a titolo gratuito

È di oggi la notizia secondo cui il ministero dell'università e della ricerca ha ritirato un bando di selezione di 15 "esperti ad elevata specializzazione" per i quali era previsto un compenso pari a zero euro. Con un impegno a tempo pieno, però.

La comunicazione ufficiale del ministero parla di "errore tecnico"; la ministra Anna Maria Bernini si sbraccia: "gravissimo, inaccettabile". 

La verità è che quel bando hanno dovuto ritirarlo perché c'erano già troppi candidati.

Canzone del giorno: Dezerter - Kłamstwo to nowa prawda.

venerdì 17 marzo 2023

Dialoghi con la ZTL

DependeDepende ¿de qué depende?De según como se mire, todo depende

Da più punti di vista, la mia situazione può dirsi privilegiata.

Dal punto di vista delle statistiche mondiali: vivo in un Paese del "nord del mondo", in una delle sue regioni più ricche.

Dal punto di vista della mia comunità: sono figlio di due insegnanti, entrambi estremamente colti; da piccolo, quando internet non c'era, se avevo bisogno di un'informazione non avevo bisogno di andare in biblioteca: libri ed enciclopedie li avevo in casa. O, spesso e volentieri, mi bastava chiedere ai miei.

Tuttavia, non mi sono mai sentito parte della "città bene". Innanzitutto perché il mio Comune di nascita conta meno di 30.000 abitanti, anche se sulla carta è una città - e anche adesso vivo in periferia - e poi perché quella cultura che i miei genitori avevano se l'erano costruita da sé.

Poco più di un mese fa ho avuto una discussione con Moreno (nome di fantasia), studente di ingegneria, a proposito di Elly Schlein, che non era ancora segretaria del PD e, in vista delle primarie, era data per sfavorita. Io non tifavo né per lei né per Stefano Bonaccini, dal momento che delle idee del loro partito non condivido praticamente niente. La discussione con Moreno verteva, in ogni caso, sulla credibilità di Elly Schlein. Come può la figlia di due professori universitari, rampolla di una famiglia di avvocati, magistrati, politici, ambasciatori... rappresentare "il popolo"? sostenevo io.

E Moreno: ma perché la figlia di due docenti universitari non può stare dalla parte dei poveri? Anche San Francesco d'Assisi era ricco di famiglia...

Moreno è ingenuo, ma è un bravo ragazzo. Ed è in buona compagnia, d'altronde: per quanto un milione di votanti alle primarie del PD siano tutt'altro che un numero enorme - almeno pensando agli oltre 4 milioni che parteciparono nel 2005 - di persone che credono che Elly Schlein sarà colei che renderà felice Nanni Moretti ce ne sono.

Oggi, a ora di pranzo, ero in centro a Padova per un'iniziativa del centro universitario. Incontro una signora che conosco, artista e filosofa, e vado a salutarla. Era in compagnia di un giovane collega, Tiberio (altro nome di fantasia). Gilet jacquard con scollo a V, cravatta, giacca di lana cotta, stola bianca: la Padova bene in tutti i suoi stereotipi. Ci presentiamo, e parlando dei rispettivi curricula studiorum, io nomino il corso che ho dovuto frequentare per conseguire l'abilitazione all'insegnamento.

"Ah, l'abilitazione... Me l'hanno regalata," racconta Tiberio.

"In che senso regalata?", chiedo io.

"Eh sì, con il concorso... ho chiesto il part-time, ho chiesto l'aspettativa non retribuita, ma proprio mi tocca insegnare!" La nostra amica comune mi spiega che Tiberio vorrebbe fare il ricercatore universitario: ha già scritto diversi libri.

"Scusami tanto," replico io, "ma non te l'ha ordinato il medico di fare il concorso a cattedra!"

"Il medico no, ma mia madre sì!" esclama Tiberio.

La schizofrenia del giovin signore degli anni '20: è pronto a conquistare il mondo, ce l'ha con i boomer che glielo impediscono, ma guai a disobbedire alla mamma.

Questo dialogo si è svolto in una chiesa, e poco mancava che imprecassi nella casa del Signore. Decine di migliaia di giovani italiani farebbero carte false per essere nella posizione di Tiberio. Nella sua posizione, una banca non ci penserebbe due volte prima di concedergli il mutuo per l'acquisto di una casa, per dire.

Ecco: elevate Tiberio alla kappesima potenza, e otterrete Elly Schlein. Ma ci sarà sempre un Moreno pronto a bersela.

Canzone del giorno: Jarabe de Palo - Depende.

giovedì 8 dicembre 2022

Come apprendono i nativi digitali? (1)

(In questo post ripeterò un po' di cose già scritte in Riquadri e pillole; e infatti tale post era ispirato all'esperienza che sto per raccontare.)

All'inizio di quest'anno scolastico, il corpo docente della scuola dove lavoro è stato obbligato a partecipare ad un seminario, dal titolo Come apprendono i nativi digitali?, curato da due giovani psicologhe.

Il mio non è un rimprovero verso chi ha organizzato questa attività. Sono certo che la persona in questione era animata dalle migliori intenzioni. 

Ma la prima cosa da dire è che nativi digitali è un'espressione del marketing, che non ha alcun riscontro nella realtà. A inizio carriera ho insegnato informatica per quattro anni, nel liceo delle scienze applicate (e anche in un istituto professionale): molti studenti restavano delusi, perché erano convinti che, essendo bravi a smanettare col cellulare o coi videogiochi, avrebbero preso ottimi voti senza studiare. Ma soprattutto molti studenti erano totalmente incapaci di utilizzare le più elementari funzioni di un editor di testi: già solo per muoversi all'interno del testo usavano esclusivamente il mouse, con perdite di tempo incalcolabili. Proprio come gli "utonti" più anziani.

Venendo al contenuto del seminario, non c'era assolutamente nulla di nuovo rispetto a ciò che sentivo dire da 25 anni, tanto è il tempo trascorso da quando ho cominciato a leggere materiale sull'insegnamento. Cioè, in sintesi:

  • i ragazzi di oggi sanno molte più cose dei loro genitori, ma la loro conoscenza è più frammentaria: vengono a contatto con molte curiosità, dai video sui social media;
  • complici i soliti cellulari, i ragazzi di oggi tendono a fare tante cose insieme: sono multitasking; pertanto è difficile per loro concentrarsi a lungo su un unico task;
  • la conoscenza frammentaria non costituisce vera e propria cultura; occorre "incasellare" tali frammenti in modo da costruire un tutto organico;
  • la scuola deve assolvere a questo compito: pertanto, l'insegnamento basato sulla lezione frontale è superato; l'insegnante deve essere più che altro un facilitatore.

La battuta più scontata è: care psicologhe, ci dite che dobbiamo smetterla con la lezione frontale, ma quello che ci state facendo in questo momento è una lezione frontale. Più o meno come scrivere su un social che non si deve trascorrere troppo tempo sui social.

25 anni fa non c'erano i furbofoni (termine mutuato da Un uomo in cammino) né i popularia media (una delle due parole era già in latino: ho dovuto fare solo metà lavoro); ma dei ragazzi di allora, cioè di me, si dicevano esattamente le stesse cose. Le cause: i quiz in televisione; le interruzioni pubblicitarie; le riviste per ragazzi con gli angoli delle curiosità; i riquadri colorati sui manuali.

All'epoca, oltretutto, io frequentavo un newsgroup sulla scuola - mamma mia, ancora un po' e si scriveva ancora con la Lettera 22! - e, anzi, mi infervoravo su questi argomenti. Ce l'avevo a morte con la "scuola tradizionale": con gli insegnanti che non valorizzavano le iniziative spontanee degli studenti; la scuola dove se uno studente, in una verifica, diceva qualcosa che aveva imparato in modo "informale", che aveva letto di sua iniziativa... veniva a volte rimproverato dall'insegnante, solerte nel riportarlo sui binari.

In effetti, due episodi della mia carriera scolastica ancora mi pesavano:

  • la mia maestra delle elementari che ci aveva assegnato un problema su un triangolo rettangolo che non era risolvibile senza il teorema di Pitagora, che non avevamo ancora visto. Io lo portai a scuola risolto, e non avevo usato il teorema di Pitagora: poiché le lunghezze dei cateti del triangolo erano date, e non erano maggiori delle dimensioni di un foglio A3, ero stato in grado di disegnarlo in scala 1:1, e avevo poi usato il righello e il goniometro. Mi sarei aspettato un apprezzamento dalla maestra, e invece mi giunse un rimprovero: prima ancora che dicessi come avevo fatto, lei partì in quarta. Certo che l'hai risolto, perché a te hanno già spiegato il teorema di Pitagora! Perché devi sempre metterti in mostra? 
  • il mio insegnante di italiano in quarta liceo, mentre studiavamo la Gerusalemme liberata di Tasso. Avevamo letto il primo e il terzo canto; e io, di mia iniziativa, avevo letto il secondo, quasi come volendo "colmare il buco" - non ho mai amato le "selezioni", neanche se il loro nome vuol dire "raccolta di fiori". Lo nominai, in classe, in un mio intervento dal posto, e fui zittito.
    Non avrei più colmato i buchi. E quando l'insegnante, l'anno dopo, chiese a un volontario di leggere un saggio di Henry Boyd, col cavolo che mi offrii. Volontario, certo: nel senso che fa la volontà dell'insegnante!

E non capivo come mai, su quel newsgroup, i futuri colleghi fossero infastiditi dalle mie parole e rispondessero con sarcasmo.

(continua)

Canzone del giorno: Vistas - My Head Feels Strange.

venerdì 25 novembre 2022

Impara la matematica!

Vengo a sapere grazie ai mondiali in Qatar dell'esistenza di Byju's, piattaforma per l'apprendimento a distanza con sede in India; e vengo a sapere oggi che, circa un anno fa, ha acquisito GeoGebra, software molto conosciuto tra gli studenti e gli insegnanti di matematica.

GeoGebra è abbastanza diffuso anche nelle scuole italiane, per quanto io non sappia quanti miei colleghi effettivamente lo usano e lo fanno usare anche ai loro studenti.

Ma ve le immaginate delle pubblicità del genere in Italia? 

Impara la matematica! Impara la scienza! Impara a programmare!

Figuriamoci. Questo è il Paese dove la gente si vanta di non sapere nulla di matematica, e dove "essere dalla parte della scienza" significa non credere in Dio - e, nel frattempo, credere che un virus contagi soltanto dalle 18 alle 6.

Canzone del giorno: Suede - Animal Nitrate.

giovedì 24 novembre 2022

Qatar 2022

Mondiale per niente interessante, sento dire da qualcuno. Partite loffie, sento dire da qualcun altro. Mondiale da boicottare per i diritti umani, da qualcun altro ancora.

Non fatemi ridere. L'unico motivo per cui sento dire queste cose è perché non gioca l'Italia.

E sapete che vi dico? Che a me va benissimo un mondiale dove non gioca l'Italia. Tutte le partite in chiaro: cosa posso volere di più? Tanto, non tifo Italia da quando non la allena più Arrigo Sacchi. E per un attimo ci ho creduto, quando Berlusconi ha detto che avrebbe varato una manovra che avrebbe garantito un milione di posti di lavoro.

giovedì 10 novembre 2022

Indice e anulare

Una mia ex collega, insegnante di matematica e fisica, aveva avuto il mio stesso professore di Analisi matematica all'università, una quindicina d'anni prima di me; e raccontava che, secondo il detto professore, la matematica fosse "roba da uomini". La cosa non le ha impedito di laurearsi, in ogni caso: e non ricordo troppa vena polemica, nel suo racconto. Giusto un po' di sarcasmo.

Da diversi anni nelle università, sulle riviste di divulgazione scientifica nonché sulle "terze pagine" dei quotidiani imperversano iniziative per incentivare le studentesse ad iscriversi alle cosiddette facoltà STEM (science, technology, engineering, mathematics), a quanto pare ancora feudo maschile. Addirittura erano stati stanziati fondi dal ministero dell'istruzione, qualche anno fa, a tale scopo. Come mai nessuno pensi a incentivare gli uomini a iscriversi a lettere, psicologia o scienza della formazione primaria non è dato sapere, ma va be'.

Le riviste di divulgazione scientifica ho smesso di leggerle appena mi sono iscritto all'università; ma le pagine culturali dei quotidiani, che al contrario a lungo avevo continuato a leggere, da qualche anno non le reggo più. Non c'è numero dove non ci sia il piagnisteo della donna che, da piccola, veniva bullizzata perché le piaceva la matematica piuttosto che i romanzi rosa; o il calcio piuttosto che le bambole. Io preferivo le bambole al calcio, da piccolo, e mi è stato fatto pesare parecchio; ma va be'. (Giocavo anche con le macchinine: ecco perché su di me non si scrivono articoloni.)

Insomma, il mantra è: non esistono giochi da maschi o da femmine; non esistono materie da maschi o da femmine; non esistono mestieri da maschi o da femmine. E chi sostiene che le donne siano più predisposte per i lavori di educazione, di cura, di relazione... è un sessista e un fascista.

A parte il fascismo, che ormai si invoca anche quando qualcuno parla male dei Måneskin, io potrei anche essere d'accordo, e mi spingo oltre: io detesto l'espressione essere portato per... Quando un mio allievo mi dice di non riuscire in matematica perché non è portato, io gli rispondo: smettila di dire boiate e fila a studiare. Com'è che spesso i musicisti provengono da famiglie di musicisti? Perché hanno ereditato il gene del talento musicale, o magari perché fin da piccoli hanno sentito suonare in casa? Rasoio di Ockham in azione: la risposta esatta è la seconda.

Ieri sera, tuttavia, all'Eredità, a un certo punto compare una curiosa domanda:

Faccio una rapida ricerca, e a quanto pare uno studio esiste. L'ha condotto Mark J. Brosnan, dell'università di Bath, ancora nel 2010. Il testosterone e gli estrogeni, durante la gravidanza, sarebbero responsabili della lunghezza delle dita, e una maggiore quantità di testosterone promuoverebbe le aree del cervello dedicate al calcolo e alla misura, mentre una maggiore quantità di estrogeni svilupperebbe le attività verbali e la comunicazione.

Lo studio sarebbe stato condotto su un campione di studenti universitari. No sex differences are found, è scritto nel sommario, ma sbaglio o il testosterone è l'ormone maschile e gli estrogeni sono femminili? Ahi ahi ahi...

Canzone del giorno: Sugarstone - Heart Palpitations.

giovedì 22 settembre 2022

Slogan elettorale

"Il 25 settembre 2022 scegli la faccia come il culo" era un po' troppo difficile da scrivere. "Culo" si scriverà con la C o con la Q?

Canzone del giorno: White Lies - Trouble in America.

domenica 11 settembre 2022

Io non mi pento

Teresa De Sio è uno di quei personaggi della musica italiana di cui conosco praticamente solo il nome: come di Claudio Villa, Oscar Carboni o Carla Boni. O no: in realtà c'è una sua canzone che conosco, ed è quella che dà il titolo a questo post.

Riaprendo la casa dove ho vissuto per tanti anni, e poi rimasta disabitata per altrettanti (v. post precedente), di sicuro trovo i dischi ascoltati e riascoltati. E, scorrendoli, perdo il conto degli oh mamma! davvero sono stato capace di comprare questa roba?

Certo che ne sono stato capace. E non so mentire: me li ricordavo tutti, quei dischi, uno per uno.

Ma, come dice la canzone sopra citata, non è giusto pentirsi di ciò che si è amato. Può darsi che quel gruppo adesso sia inascoltabile ma, molti anni fa, fosse davvero valido: un esempio a caso, i Coldplay. Oppure era fuffa fin dall'inizio ma, all'età che avevo, non me ne rendevo conto (e con me un mucchio di gente): che so, gli Europe. Magari era ciò di cui avevo esattamente bisogno a quell'età.

La cosa non vale solo per i gruppi musicali. Vale anche per gli scrittori; in particolare per i giornalisti; parlando di me, nella fattispecie, per Beppe Severgnini.

Lo trovo più simile agli Europe che ai Coldplay: fuffa fin dall'inizio. Eppure l'ho amato. Ne avevo una stima quasi incondizionata, e lo scrivevo anche qui. Ogni giorno seguivo la sua rubrica sul sito del Corriere della Sera dove pubblica, a volte rispondendo, messaggi dei lettori e mi è capitato, qui, di commentare qualcosa. Lo trovavo giustamente moderato - molti lettori di sinistra gli davano del berlusconiano - e ironico. Piaceva a mio padre, insegnante di inglese e affezionatissimo lettore del Corriere, in quanto conoscitore della lingua inglese e del mondo anglosassone; così avevo cominciato a leggerlo e a seguirlo. Andai pure ad ascoltarlo, due volte: a Milano, quando condusse la presentazione di Lunar Park di Bret Easton Ellis - e quando uno spettatore si rivolse allo scrittore californiano dicendogli "io sono gay, e la amo! Anche lei è gay e mi ama?" - e a Padova, quando presentò il suo L'italiano, lezioni semiserie.

Oggi, mi basta vedere la sua faccia in televisione per cambiare canale in tempo zero. Lo trovo l'esempio perfetto della banderuola furba: la persona che ha sempre le parole giuste per piacere ai benpensanti. A coloro che non mettono mai il naso fuori di casa, e fondano la loro opinione sulla narrazione dei mass media. La sua faccia quando, nel Regno Unito, fu chiara la vittoria del leave al referendum sulla Brexit è qualcosa di indescrivibile. Lui era sicuro che avrebbe vinto il remain: ormai gli inglesi sono cosmopoliti, se sono disoccupati a Exeter non vedono l'ora di andare liberamente a Bonn e fare i disoccupati a Bonn.¹ E invece...

Il motivo, per questo cambio di opinione su Beppe Severgnini? Ce n'è più di uno. Ne cito due, giusto per brevità: l'appoggio, nel 2013, alla decisione del Politecnico di Milano di erogare i corsi di laurea magistrale e di dottorato solo in lingua inglese - stiamo scherzando? un cittadino italiano che non ha il diritto di frequentare, in un'istituzione dello Stato italiano, un corso nella lingua ufficiale dello Stato italiano? - e l'appoggio alla buona scuola di Renzi. A Otto e mezzo pare abbia detto: la buona scuola può non piacere, ma Renzi ci ha provato. Provato a fare cosa, di grazia? I più triti luoghi comuni sugli insegnanti, ha avallato: ecco perché il gradimento di coloro che non mettono mai il naso fuori di casa.

Mentre scrivevo questo post, pensavo: ma se l'ho amato, come mi comporterei con Beppe se me lo trovassi di fronte in questo momento? Cosa vincerebbe, tra la stima del passato - ereditata da mio padre, probabilmente - e la disistima del presente?

Probabilmente, lo guarderei come guarderei Joey Tempest degli Europe: ok, mi hai fatto divertire un po', ma il rock è altra cosa.

¹ Lo so, è una citazione da Beppe Grillo: il Beppomonimo, come lo chiamava lui. Che criticava, quando era di moda portarlo in palma di mano. L'ho fatto apposta!

giovedì 8 settembre 2022

Illustri sconosciuti

Alle Giornate Mondiali della Gioventù del 2016, in Polonia, a un certo punto passammo per Nowa Huta, il quartiere industriale di Cracovia. Magdalena, la volontaria che ci accompagnava, ci raccontò brevemente la storia del quartiere: costruito per volere di Stalin, al suo centro vi era una statua di Lenin, abbattuta dopo la caduta del regime. La piazza centrale, anch'essa dedicata a Lenin, fu poi intitolata a Ronald Reagan. Pensai io a tradurre le parole di Magdalena ai miei compagni pellegrini, i quali, in maggioranza ventenni, mi chiesero "e chi è Ronald Reagan?"

Quando, all'esame di maturità del 2019, i candidati dovettero estrarre a caso una busta con lo "spunto" da cui cominciare il colloquio orale, io, commissario interno, non resistetti alla tentazione di rivolgermi ai miei ormai ex studenti con la voce di Mike Bongiorno: allora, il candidato che busta vuole? la uno, la due o la tre? Allegria! Ma ovviamente a ridere furono solo gli altri commissari... In effetti, sarebbe stato come se a me, da studente, avessero citato Walter Chiari. 

Sempre a proposito di scuola, e di polacchi, io, che di certo non sono esente dal commettere errori, dico sempre ai miei studenti che, con me, valgono le parole di papa Giovanni Paolo II subito dopo la sua elezione: se sbaglio mi corrigerete. E mi fa sempre strano che costoro non abbiano mai conosciuto papa Giovanni Paolo II. D'accordo: quando pronunciò quelle parole neanche io ero ancora nato, ma sono state trasmesse in TV talmente tante volte...

Ora ho qualche anno per prepararmi all'incontro con gli studenti che non avranno mai conosciuto la regina Elisabetta II.

lunedì 20 gennaio 2014

Claudio Abbado

Mario Luzi: nominato senatore a vita il 20 ottobre 2004, morto il 28 febbraio 2005.

Claudio Abbado: nominato senatore a vita il 30 agosto 2013, morto il 20 febbraio 2014.

Ecco come si nominano gli uomini di cultura senatori a vita: si scelgono i malaticci, così schiattano subito e non scassano troppo a lungo sui tagli alla cultura.

domenica 19 gennaio 2014

Bald* giovani cercansi

L'ultima trovata del politicamente corretto vuole un asterisco al posto della desinenza di genere (es. "alunn*"), per evitare sia il maschile generico sia la sbarretta ("alunno/a").


Chiunque abbia usato Dos o usi attualmente Linux, tuttavia, sa che * sostituisce una stringa di caratteri, non necessariamente una singola lettera.

Quindi, se io tra gli annunci di lavoro trovassi "bald* giovani cercansi", dovrei precipitarmi al colloquio?

Canzone del giorno: The Departure - All Mapped Out.

venerdì 17 gennaio 2014

#coglioneNo

Un creativo non voleva pagare l'idraulico che gli aveva appena riparato il gabinetto intasato. L'idraulico gli spaccò il MacBook con un tubo.

Il giovane direttore di una start-up non voleva pagare il grafico che era stato sveglio tutta la notte per disegnargli il logo.
Il grafico lo ringraziò e si precipitò a casa per aggiornare il curriculum.
Non poté, perché il suo MacBook era stato spaccato da un idraulico.

martedì 7 gennaio 2014

L'albero della mia vita

Come Padova, che pur mantenendo qualche segno della sua origine paleoveneta, ha un centro storico che rivela la sua prosperità in epoca rinascimentale, al quale sono collegati i quartieri periferici moderni; così la casa dove sono nato, pur mantenendo svariati segni della generazione precedente, ha un solido tronco anni '70, l'epoca dei miei genitori.

È su questo tronco che io ho vissuto infanzia e fanciullezza: è vero che sono nato nel 1979, ma, vuoi perché vivevo in paese, vuoi perché fino al 1986 avevamo un televisore in bianco e nero senza telecomando, vuoi perché i miei genitori non mi hanno mai comprato giocattoli o vestiti che andavano di moda in quegli anni, credo di essere stato influenzato in larga misura dallo spirito del decennio precedente.
È su questo tronco, cioè, che io avrei innestato i miei rami, che sarebbero rimasti slegati dall'attualità finché io non cominciai seriamente la ricerca della mia identità. E non l'avrei cominciata fino, almeno, ai 18 anni.

Il mio tronco, quello che regge la mia vita presente, poggia le radici negli anni successivi al boom economico, ma è stato costruito, fondamentalmente, negli anni a cavallo tra i due secoli. Gli anni in cui a Internet si accedeva con un cd autoinstallante; e i miei allievi non l'hanno nemmeno mai sentito, il suono del modem 56k...


Oggi Umberto Eco scrive alle migliaia di nipotini sparse per l'Italia - e anche ai loro fratelli maggiori, che hanno l'età dei miei allievi - invitandoli a imparare cose a memoria; per allenarla, e per capire il mondo di oggi.

La paura di Eco, la perdita della memoria, io la condivido. E non perché stia diventando il vecchio trombone rompipalle, ma perché veramente, adesso, la memoria è meno utile, nell'immediato.
Perlomeno, fino a qualche anno fa, se avevamo bisogno di un'informazione su Internet, dovevamo raggiungere un pc connesso. Adesso, se non noi, sicuramente un nostro amico o collega ha uno smartphone. Non sono soltanto i maestri che non obbligano più a imparare le poesie a memoria: il punto è che ci serve meno, la memoria.

Nell'immediato, s'intende. Perché, almeno secondo me, le menti brillanti del futuro saranno comunque coloro che impareranno come si è sempre imparato: attenzione, concentrazione... e sì, ritmo e vitalità.


Per questo voglio che il tronco su cui cresceranno i miei figli - e i miei allievi! - attinga il più possibile dalle sue radici passate: ciò che i miei genitori hanno costruito, che hanno costruito per me.

Ah, per la cronaca, io la cavallina storna non l'ho mai imparata.

Canzone del giorno: Ke$ha - Die Young.

domenica 8 dicembre 2013

Populus Sion

Uno dei miei due colleghi d'ufficio, all'università, è attivista del Partito Democratico, e in queste ultime settimane era superimpegnato nella campagna per Pippo Civati.

Non fosse stato per lui e per i social network, oggi forse non mi sarei nemmeno ricordato che c'erano le primarie del PD. E sembra, anzi, che i miei contatti sui social network le abbiano prese molto sul serio: la mia frase
è divertentissimo vedere mezza internet in fibrillazione per chi perderà le prossime elezioni
non è stata tra le mie più popolari.

Non ho votato, oggi - il PD ha perso il mio voto nel momento stesso in cui è nato; e dopo tutte le prese in giro degli ultimi 20 anni, da me non avranno neanche una nocciolina - e non so come dirlo al mio collega, ma sono contento proprio perché non ha vinto Pippo Civati. Campagna elettorale iniziata appena dopo le ultime politiche, grillino travestito da piddino, rappresentava esattamente ciò che non voglio per il centrosinistra.

lunedì 7 ottobre 2013

Scritti sui banchi, e la scuola di massa e il precariato

Forse è banale dire di aver apprezzato Scritti sui banchi; l'italiano a scuola tra alunni e insegnanti, un'indagine ad ampio spettro dell'attuale situazione dell'italiano scritto, e del suo insegnamento, nelle scuole superiori dello Stivale, perché i due autori non hanno ceduto alla tentazione del florilegio di castronerie. Ma lo dico lo stesso.


Il florilegio di castronerie - e di luoghi comuni - non me lo sarei aspettato, d'altra parte, quantomeno da Luca Serianni, italianista, accademico dei Lincei e autore di diversi saggi sull'insegnamento dell'italiano a scuola. Grazie a lui, d'ora in poi userò più spesso la parola menda; e anche se insegno materie scientifiche, anch'io userò la matita verde accanto a quella rossa e blu, per evidenziare le cose buone.

E forse mi contraddico se propongo una tiratina d'orecchie a Giuseppe Benedetti per l'ultimo capitolo del saggio, nel quale costui analizza, nel corso degli anni, i temi di quattro alunni dell'istituto nel quale insegna. Il quadro che ne esce è decisamente troppo roseo, se non altro perché troppo poco significativo è il campione: quattro studenti, seppure non tutti secchioni, di uno dei più prestigiosi licei classici della Capitale. Inoltre, l'autore pare non tenere conto che alcune statistiche sono viziate: per esempio, viene fatto notare che gli alterati (diminutivi, vezzeggiativi...) si riducono drasticamente di numero nel passaggio dal ginnasio al liceo; tuttavia, tra gli alterati dei temi del ginnasio figurano palazzotto e signorotto, chiaramente mutuati dai Promessi Sposi, che si studiano al secondo anno.

In svariati punti del saggio fanno capolino, complice l'età degli autori nonché l'età media degli insegnanti, i dibattiti di alcuni decenni fa contro "l'italiano dei temi" e per un migliore insegnamento della grammatica. Chi è più grande di me può avervi assistito in prima persona; e sarei molto curioso di sapere cosa veramente veniva detto, con quale spirito si partecipava alla discussione.

Ogni tanto, sui quotidiani o sulle riviste, tali polemiche compaiono ancora: ma la sensazione che danno, anche a me che ho "solo" 33 anni, è di scontato, di vecchio. Correggetemi se sbaglio, ma ho l'impressione che quaranta-cinquant'anni fa, quando sempre più ragazzi frequentavano la scuola, ci fosse davvero la volontà di migliorare. Anche perché lavorare nella scuola era relativamente facile.

Oggi, molti insegnanti di lettere sono gli stessi che erano entrati allora, con quarant'anni di esperienza e di disillusione alle spalle; e le nuove leve sono sballottate da una scuola all'altra, da una settimana di supplenza all'altra, con il futuro sempre più precario e politiche scolastiche sempre più scriteriate.

Come si può pretendere di fare della buona didattica, in queste condizioni?

giovedì 19 settembre 2013

E se fosse il momento di cambiare prospettiva?

Questo post è stato scritto di getto, e senza pensare. Possono esserci idee rivoluzionarie come immani c***ate. Prendetelo per quello che è, tenendo conto che per me è un periodo molto instabile! :-)

Stamattina, il mio coinquilino Niccolò mi parlava dei suoi futuri progetti lavorativi.

Lui è un agente di commercio, lavora in proprio: è intraprendente, pieno di idee, propositivo.
Io sono il suo esatto opposto: anch'io ho molte idee, ma la prospettiva di mettermi in gioco - in altre parole, di perdere soldi - mi terrorizza. Sono consapevole delle mie capacità, eppure tendo a scoraggiarmi e mi spaventano i cambiamenti.

Niccolò mi diceva che sta prendendo piede, in questi anni, una figura lavorativa che è a metà strada tra un dipendente e un socio. Il lavoratore percepisce uno stipendio minimo - volutamente basso - ma partecipa degli utili dell'impresa. Egli è perciò incentivato ad impegnarsi: se l'azienda fattura, può guadagnare anche il doppio di un normale impiegato con le stesse mansioni, e mettere di conseguenza dei soldi da parte per la vecchiaia, visto che il futuro del sistema pensionistico non è di certo roseo.

Alla parola pensione mi prese il panico. La mia età della pensione è lontanissima, è vero: tuttavia, oggi, mi chiedo come un giovane possa essere fiducioso.

"Marco, il mondo sta cambiando."

Ecco.
Se fosse il momento, anziché di angosciarmi, di cambiare prospettiva?
Pensiamoci. I nostri genitori, i nostri nonni... sono cresciuti con l'idea che se fai male vieni punito. Arriva il papà e ti dà le botte. Il Signore ti manda all'inferno.
E se fai bene? Maaaahhh, niente più del tuo dovere.
Anche noi, in fondo, siamo cresciuti in questa mentalità. Almeno, io sì. Si potrebbe obiettare di no, che i ragazzi di oggi crescono in totale lassismo e anarchia. Forse è vero. Ma lo psicologismo imperante - quello, per intenderci, secondo il quale una nota sul diario è una tragedia, e un motivo per suicidarsi - è un tentativo, raffazzonatissimo, di correggere le storture della morale basata sulla punizione.

Quando sento le apologie di Steve Jobs, la rabbia non mi viene soltanto pensando che si sta idolatrando una persona che ha fatto del profitto la sua ragione di vita.Mi sale la rabbia perché sento: ecco, ora questo la gente pretende da me, che io sappia inventarmi. Ma io non so fare niente. Non sono creativo. Io non potrei mai scoprire un teorema: posso solo imparare a dimostrare i teoremi che altri hanno dimostrato.

Quando sento parlare di meritocrazia, non penso a quello che so fare. Penso che ci sono migliaia di persone, magari più giovani di me, che sanno farlo meglio, e io sarò messo alla porta. Meglio una raccomandazione: almeno con quella sto tranquillo. Perché tanti lavoratori stanno in malattia più del dovuto? Forse perché, dopo tante legnate, e ormai sfiduciati, hanno capito dov'è la falla nel sistema, e la sfruttano.

Sii responsabile, oggi, significa: attento a ciò che fai, potresti essere punito. Perché io presumo che tu farai male.

E se io, invece, presumessi che tu farai bene?
Non ti metterò di certo a riparare un impianto elettrico se non sai nemmeno trovare l'interruttore generale. Ma magari sei bravo a disegnare, e io mi dimentico che tu non sappia dov'è l'interruttore generale. Ci sarà pur qualcuno che lo sa, no?

Niccolò, spiegandomi il contratto di associazione in partecipazione - così si chiama - insisteva sul suo essere incentivante per il lavoratore.
Io non me ne intendo di diritto del lavoro, e non so se questo tipo di contratto, di fatto, sia un capestro. Ma l'accento lo pongo sulla parola incentivante.
Tu datti da fare, perché se farai bene guadagnerai! Non: tu datti da fare, perché se farai male ti sbatto fuori.


Ma una mentalità del genere non si può instaurare se innanzitutto non cambiamo noi prospettiva. Forse dovremmo imparare di più dal padre misericordioso, il quale non si domandò se il figlio, dopo il banchetto a base di vitello grasso, gli avrebbe chiesto ancora denaro.

Canzone del giorno: My Dying Bride - The Cry of Mankind.

domenica 1 settembre 2013

E-mail di un (futuro) professore (str***o)

Su La Lettura del Corriere della Sera, oggi, Beppe Severgnini ha deciso che la Lettera a una professoressa degli allievi della scuola di Barbiana necessita di un'integrazione, di diventare una E-mail a una professoressa.

  • Perla n. 1: La selezione è prerogativa dell’università. Alle elementari e alle medie — inferiori e superiori — bisogna scavare dentro i ragazzi e scovare le loro inclinazioni, correggendo le loro debolezze. Cosa significa che la selezione è prerogativa dell'università? Che la scuola deve promuovere tutti? E come può, un insegnante, scovare le inclinazioni degli studenti, con i curriculum bloccati e i programmi inamovibili, pena i genitori in rivolta?
  • Perla n. 2: La scuola superiore italiana, nel 2012, ha perso il 18 per cento degli iscritti. E sono pure troppo pochi, considerato che in prima liceo arrivano senza nemmeno sapere cos'è un dizionario di italiano, figuriamoci usarlo. (Italiano, Beppe, hai capito? Italiano, non inglese.)
  • Perla n. 3: Ma voi [insegnanti] siete le donne e gli uomini che devono creare gli italiani di domani. Per questo saremo insegnanti sempre domani, pagati semmai nella prossima vita?
  • Perla n. 4: Eppure si deve trovare il modo di utilizzare le scuole al pomeriggio. Lasciarle vuote è uno spreco. Caricare i ragazzi di compiti a casa — com’è ormai la norma, soprattutto nei licei — è un’alternativa crudele. Che crudeltà, eh? Talmente crudeli erano i miei professori che io sono ancora qua. (Eh, già.)

venerdì 2 agosto 2013

Stratego-assenteisti giustizieri

Non ho dubbi che alcuni miei compagni di liceo mi abbiano tirato le maledizioni quando, a fronte di una loro richiesta di esercizi di matematica, io non davo loro il semplice risultato ma li ci facevo arrivare passaggio per passaggio. Volevo che non avessero piu' motivo di chiedermeli, in seguito. (Se dico che è da quando ero adolescente che voglio fare l'insegnante, un motivo c'è.)

Rimarcando che non ho mai negato un aiuto, tranne a chi, magari con la benedizione di mammà, bruciava scuola per saltare verifiche, o cercava in altro modo di fare il furbo (e, a lode dei miei compagni, va detto che tali casi erano molto rari), ricordo una conversazione, in treno, in cui da un'elegante signora, con figlia adolescente al seguito, mi sentii dare dello str***o per questa ragione: perché i compiti si passano.

Ora, io non penso che gli italiani siano tutti ignoranti, o potenziali ladri o evasori. Nemmeno quel 29,18% di votanti che, alle ultime elezioni, hanno scelto il PDL. Ma se qualcuno, leggendo i primi due paragrafi, si è identificato nell'elegante signora, o in uno di quei miei compagni cui il mio aiuto è stato negato, e negli ultimi 19 anni ha strepitato che il problema non è Berlusconi, sono gli italiani, sappia che gli sto sonoramente ridendo in faccia.

sabato 18 maggio 2013

Ignorantia vestra, humanitas mea

Gli scatoloni di libri usati, ai mercatini delle pulci o alle sagre paesane, sono i miei preferiti: e non mi riferisco solamente al risparmio.

Mi affascinano, in quegli scatoloni, i tormentoni del passato, i best seller mancati, i saggi di attualità che non è più attualità, i testi scolastici monocromatici dal linguaggio aulico.

Ogni volta che compro un libro usato - da uno scatolone, o su eBay - non mi domando a chi fosse appartenuto, ma perché il precedente proprietario se ne sia disfatto.
Doppione? Ciofeca? Scaffale pieno? Moglie col randello in mano?

Nel caso di un testo scolastico la risposta è fin troppo facile. Anche se, vedendo i testi che campeggiano attualmente negli zaini, mi viene voglia di dare ai miei futuri figli i manuali che ho usato io.
Possiedo una grammatica di greco antico, per il ginnasio. Appartenuto a Marta, la quale, a occhio e croce, non doveva amare granché accenti e spiriti. Se Saffo cantava d'amore, Marta affidava il suo, di amore, alle pagine del manuale della lingua di Saffo.

I saggi di ex attualità sono i volumi più istruttivi di tutti. Ancora più dei "casi letterari" che provocano la stessa reazione del nome di Laura Luca. Ve lo ricordate Christian Jacq? O Michel Rio?


Sono istruttivi da un lato perché la memoria di certe cose non deve essere persa; dall'altro, perché sfogliandone uno ci rendiamo conto di quante cose sono state per qualcuno di noi ragione di litigi epici, di amicizie rotte... e adesso, che fatica anche solo ricordare i nomi! E quanti soldi qualcuno di noi ha speso, per rovinarsi il fegato. Rivaluto i soldi spesi per i vestiti firmati.



Leggo oggi che, a Bari, un uomo è morto e i suoi eredi hanno gettato i suoi libri nel cassonetto, successivamente razziato dai lettori locali.
Non faccio ramanzine sul valore della cultura. Non mi sorprende nemmeno che gli eredi del bibliofilo defunto non abbiano pensato di donare la sua collezione alla biblioteca civica o a una scuola. Una persona capace di gettare dei libri in un cassonetto neanche sa cosa sia, una biblioteca.
Anzi: gettatene di più, magari nei cassonetti sotto casa mia. Ignorantia vestra, humanitas mea.

giovedì 16 maggio 2013

Il declino dei classicisti

Da Il declino del Liceo Classico, del prof. Massimo Rossi, docente di latino e greco a Montepulciano (Siena):
Leggendo, in questi giorni, i dati emanati dal MIUR sulle iscrizioni alla scuola secondaria superiore per il prossimo anno scolastico 2013/14, si nota che [...] nell'ambito dei Licei, l'unico incremento significativo è quello dello scientifico delle scienze applicate. Non buoni sono invece i risultati dei Licei tradizionali, ed in particolare quello del Liceo Classico, per il quale risulta in calo la percentuale degli iscritti a livello nazionale, con un passaggio dal 6,7% del totale al 6,1%.
[...]
[Tra le cause del declino del Liceo Classico vi è] la superficialità della società moderna, che non tiene più in alcun conto la cultura e la formazione umana dei nostri giovani. Si tratta, nel caso specifico delle discipline umanistiche, di una formazione lenta e graduale, i cui frutti non si colgono subito, ma nel corso degli anni e durante l'intero percorso dell'esistenza. [...] Ma questi princìpi, che per noi uomini alle soglie della terza età e da sempre cresciuti con questo tipo di cultura sono ovvi e scontati, non lo sono per i giovani di oggi, figli della società del "tutto e subito" e alimentati con la tecnologia della tv e del computer, anch'essa peraltro vissuta passivamente e superficialmente da chi passa le sue giornate su facebook o su twitter. I ragazzi di oggi, condizionati dall'ignoranza dei mass-media, dei politici e dei ministri stessi, i quali fanno intendere che per realizzarsi nella vita è sufficiente saper usare un tablet o sapere l'inglese, non comprendono più nemmeno l'importanza ed il valore della cultura umanistica, e perciò non prendono più neanche in considerazione l'idea di frequentare un Liceo Classico. La loro è pura ignoranza, l'ignoranza di chi è inconsapevole del valore di certi studi e perciò li rifiuta a priori.
Caro prof. Rossi,
nonostante il bel ritratto che ha fatto di me e di tutti i miei colleghi, rei di aver scelto una scuola diversa dal Liceo Classico, voglio riservare solo per lei una delle mie storie.

C'era una volta un ragazzo che voleva imparare a suonare l'oboe.
Nel suo paese c'erano due scuole di musica.
Il ragazzo andò a informarsi alla prima scuola. Gli furono mostrate le aule, presentati i professori e illustrato il programma degli studi. Lezioni pratiche, per la tecnica di esecuzione e l'interpretazione. Lezioni di musica d'insieme, perché non si è mai soli quando si fa musica. Lezioni di teoria musicale e solfeggio, perché senza una solida base teorica non si va lontano.
Il ragazzo fu entusiasta, ma giustamente volle sapere cosa gli avrebbe offerto la seconda scuola. Suonò il campanello: gli furono mostrate le aule, presentati i professori e illustrato il programma degli studi.
"Non capisco," osservò il ragazzo, "qui è scritto che le lezioni pratiche saranno di pianoforte. Scusi, mi sembrava di aver detto di voler imparare l'oboe."
"Imparerai anche l'oboe, figliolo," gli rispose una professoressa dal volto arcigno, forzando un sorriso. "Ti insegniamo il pianoforte perché ti prepara a qualsiasi cosa."
"D'accordo. Ma quando comincerò con l'oboe?" domandò il ragazzo.
"Fra cinque anni. Come tutti!" La professoressa era decisamente sorpresa dell'arroganza del ragazzo.
"Cosa?!?!?"
Il ragazzo prese le sue cose e guadagnò la porta, annunciando che si sarebbe iscritto all'altra scuola.
La professoressa, non potendo fermarlo, cominciò a inveire. "Sei un ignorante! Non capisci il valore dello studio del pianoforte! E non lo capirai mai, perché hai bruciato il tuo cervello ascoltando l'oboe! Vuoi tutto e subito, non sai cosa sia la pazienza! Ti pentirai di quello che stai facendo! Morirai servo del potere!" Gridava sempre più forte, finché il ragazzo scomparve dalla sua vista.
E pianse, di fronte al gran coda dell'aula magna che nemmeno lei, da anni, toccava.