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giovedì 8 dicembre 2022

Come apprendono i nativi digitali? (1)

(In questo post ripeterò un po' di cose già scritte in Riquadri e pillole; e infatti tale post era ispirato all'esperienza che sto per raccontare.)

All'inizio di quest'anno scolastico, il corpo docente della scuola dove lavoro è stato obbligato a partecipare ad un seminario, dal titolo Come apprendono i nativi digitali?, curato da due giovani psicologhe.

Il mio non è un rimprovero verso chi ha organizzato questa attività. Sono certo che la persona in questione era animata dalle migliori intenzioni. 

Ma la prima cosa da dire è che nativi digitali è un'espressione del marketing, che non ha alcun riscontro nella realtà. A inizio carriera ho insegnato informatica per quattro anni, nel liceo delle scienze applicate (e anche in un istituto professionale): molti studenti restavano delusi, perché erano convinti che, essendo bravi a smanettare col cellulare o coi videogiochi, avrebbero preso ottimi voti senza studiare. Ma soprattutto molti studenti erano totalmente incapaci di utilizzare le più elementari funzioni di un editor di testi: già solo per muoversi all'interno del testo usavano esclusivamente il mouse, con perdite di tempo incalcolabili. Proprio come gli "utonti" più anziani.

Venendo al contenuto del seminario, non c'era assolutamente nulla di nuovo rispetto a ciò che sentivo dire da 25 anni, tanto è il tempo trascorso da quando ho cominciato a leggere materiale sull'insegnamento. Cioè, in sintesi:

  • i ragazzi di oggi sanno molte più cose dei loro genitori, ma la loro conoscenza è più frammentaria: vengono a contatto con molte curiosità, dai video sui social media;
  • complici i soliti cellulari, i ragazzi di oggi tendono a fare tante cose insieme: sono multitasking; pertanto è difficile per loro concentrarsi a lungo su un unico task;
  • la conoscenza frammentaria non costituisce vera e propria cultura; occorre "incasellare" tali frammenti in modo da costruire un tutto organico;
  • la scuola deve assolvere a questo compito: pertanto, l'insegnamento basato sulla lezione frontale è superato; l'insegnante deve essere più che altro un facilitatore.

La battuta più scontata è: care psicologhe, ci dite che dobbiamo smetterla con la lezione frontale, ma quello che ci state facendo in questo momento è una lezione frontale. Più o meno come scrivere su un social che non si deve trascorrere troppo tempo sui social.

25 anni fa non c'erano i furbofoni (termine mutuato da Un uomo in cammino) né i popularia media (una delle due parole era già in latino: ho dovuto fare solo metà lavoro); ma dei ragazzi di allora, cioè di me, si dicevano esattamente le stesse cose. Le cause: i quiz in televisione; le interruzioni pubblicitarie; le riviste per ragazzi con gli angoli delle curiosità; i riquadri colorati sui manuali.

All'epoca, oltretutto, io frequentavo un newsgroup sulla scuola - mamma mia, ancora un po' e si scriveva ancora con la Lettera 22! - e, anzi, mi infervoravo su questi argomenti. Ce l'avevo a morte con la "scuola tradizionale": con gli insegnanti che non valorizzavano le iniziative spontanee degli studenti; la scuola dove se uno studente, in una verifica, diceva qualcosa che aveva imparato in modo "informale", che aveva letto di sua iniziativa... veniva a volte rimproverato dall'insegnante, solerte nel riportarlo sui binari.

In effetti, due episodi della mia carriera scolastica ancora mi pesavano:

  • la mia maestra delle elementari che ci aveva assegnato un problema su un triangolo rettangolo che non era risolvibile senza il teorema di Pitagora, che non avevamo ancora visto. Io lo portai a scuola risolto, e non avevo usato il teorema di Pitagora: poiché le lunghezze dei cateti del triangolo erano date, e non erano maggiori delle dimensioni di un foglio A3, ero stato in grado di disegnarlo in scala 1:1, e avevo poi usato il righello e il goniometro. Mi sarei aspettato un apprezzamento dalla maestra, e invece mi giunse un rimprovero: prima ancora che dicessi come avevo fatto, lei partì in quarta. Certo che l'hai risolto, perché a te hanno già spiegato il teorema di Pitagora! Perché devi sempre metterti in mostra? 
  • il mio insegnante di italiano in quarta liceo, mentre studiavamo la Gerusalemme liberata di Tasso. Avevamo letto il primo e il terzo canto; e io, di mia iniziativa, avevo letto il secondo, quasi come volendo "colmare il buco" - non ho mai amato le "selezioni", neanche se il loro nome vuol dire "raccolta di fiori". Lo nominai, in classe, in un mio intervento dal posto, e fui zittito.
    Non avrei più colmato i buchi. E quando l'insegnante, l'anno dopo, chiese a un volontario di leggere un saggio di Henry Boyd, col cavolo che mi offrii. Volontario, certo: nel senso che fa la volontà dell'insegnante!

E non capivo come mai, su quel newsgroup, i futuri colleghi fossero infastiditi dalle mie parole e rispondessero con sarcasmo.

(continua)

Canzone del giorno: Vistas - My Head Feels Strange.

venerdì 25 novembre 2022

Impara la matematica!

Vengo a sapere grazie ai mondiali in Qatar dell'esistenza di Byju's, piattaforma per l'apprendimento a distanza con sede in India; e vengo a sapere oggi che, circa un anno fa, ha acquisito GeoGebra, software molto conosciuto tra gli studenti e gli insegnanti di matematica.

GeoGebra è abbastanza diffuso anche nelle scuole italiane, per quanto io non sappia quanti miei colleghi effettivamente lo usano e lo fanno usare anche ai loro studenti.

Ma ve le immaginate delle pubblicità del genere in Italia? 

Impara la matematica! Impara la scienza! Impara a programmare!

Figuriamoci. Questo è il Paese dove la gente si vanta di non sapere nulla di matematica, e dove "essere dalla parte della scienza" significa non credere in Dio - e, nel frattempo, credere che un virus contagi soltanto dalle 18 alle 6.

Canzone del giorno: Suede - Animal Nitrate.

domenica 13 novembre 2022

Arduino

Come insegnante di fisica, sto partecipando, in questi mesi, ad un corso di aggiornamento sul laboratorio. In sintesi: i relatori propongono a me e ai miei colleghi delle esperienze didattiche, preferibilmente con oggetti di uso comune, facilmente reperibili in commercio; e noi, nelle nostre scuole, dovremmo proporli agli studenti.

Tra l'anno scorso e quest'anno, alcune delle esperienze erano interessanti e divertenti: studiare come decresce il livello dell'acqua in un tubo verticale con un foro in basso (decrescita esponenziale); valutare l'ordine di grandezza della durata dell'impatto di una pallina di gomma con una superficie, quando rimbalza su di essa (sul vetro è dell'ordine dei millesimi di secondo; sul polistirolo espanso è dell'ordine dei centesimi di secondo); usare un LED come rilevatore di luce.

L'altro ieri, l'ultimo incontro cui ho partecipato, che è il primo di una serie di tre incontri, riguardava Arduino. È da quando ho cominciato a insegnare che sento parlare di Arduino (o di Raspberry Pi): sia ora, che insegno matematica e fisica, sia a maggior ragione qualche anno fa, quando insegnavo informatica.

Con Arduino - che, a quanto ho capito, in estrema sintesi è una scheda programmabile collegabile a sensori (di posizione, di luce, di rumore, di temperatura, di pressione...) e attuatori (LED, display, altoparlanti, motori...) - pare che io possa automatizzarmi anche la casa, se lo so programmare. A costo decisamente ridotto rispetto ai sistemi di domotica commerciali. Ma viene molto utilizzato anche per svolgere esperimenti scientifici.

Il costo di una scheda Arduino nonché degli apparecchi ad esso collegabili è decisamente abbordabile. Sul sito ufficiale ora ci sono pure gli sconti in occasione del Black Friday.

E pensavo, mentre il relatore ci faceva provare dei programmi semplici (come attivare un pulsante per accendere un LED, o raccogliere dati di luminosità da un sensore analogico):

se avessi oggi l'età dei miei studenti, sicuramente lo vorrei come regalo di Natale. E ci avrei smanettato alla grande.

Invece, l'altro ieri - e, a dire il vero, tutte le volte che ho sentito nominare Arduino o Raspberry Pi - il mio pensiero ricorrente era: no, troppo complicato. E non voglio perdere le mie giornate, quando magari fuori c'è un sole splendente, a rincretinirmi davanti a della silicaglia.

Il problema è che, magari non davanti a della silicaglia, ugualmente mi rincretinisco. Ecco perché questa sensazione non la vivo affatto come un bene.

Che mi succede?

Canzone del giorno: zebrahead - Licking on a Knife for Fun.

mercoledì 21 settembre 2022

Che cosa faccio venire in mente?

Alla fine dello scorso agosto venne a trovarmi un amico polacco, e domenica 28 lo portai a Ferrara. Dopo il castello estense, l'idea era di visitare anche la cattedrale o palazzo Schifanoia, ma ben presto ci rendemmo conto che la cosa più interessante era all'aperto. Era l'ultimo giorno del festival degli artisti di strada, e neanche io ci ero mai stato, nonostante sapessi della sua esistenza.

Mentre giravamo da un artista all'altro, io mi imbattei in un ex collega che non vedevo da parecchi anni, il quale mi disse: sai, vedendo tutti questi musicisti pensavo di incontrare proprio te, visto che sei così coinvolto in queste attività...

Caddi dal pero. Eravamo stati colleghi per un anno scolastico, e poi alcuni anni dopo quando io tornai in quell'istituto come commissario esterno di maturità: ci eravamo parlati, ma non così tanto. Forse, nelle conversazioni, avevo raccontato qualcosa del coro dove cantavo; oppure che avevo cominciato a studiare pianoforte da autodidatta.

Ma non pensavo proprio di poter essere associato ad attività musicali. Alla fisica o alla matematica, magari. Oppure alla noia: tante prese in giro a scuola lasciano il segno.

Sono soddisfazioni. E, nel frattempo, ora ho un'insegnante di pianoforte.

Canzone del giorno: Pixies - Vault of Heaven.

venerdì 16 settembre 2022

Riquadri e pillole

I colleghi insegnanti che hanno qualche anno più di me ricordano nostalgicamente i libri di testo di quando erano studenti: in bianco e nero, con poche illustrazioni, senza riquadri con curiosità varie o i riassunti dei concetti fondamentali. Li ricordano nostalgicamente perché era compito dello studente individuare i concetti fondamentali, costruire eventuali schemi... e lavorare, perciò, di matita ed evidenziatori.

Io sono abbastanza giovane per aver studiato su libri a colori, con un buon numero di illustrazioni e con i famigerati riquadri. Non c'è generazione che non abbia detto che ai suoi tempi sì che a scuola si costruiva la cultura, altro che al giorno d'oggi quando i giovani sono abituati ad avere tutto e subito. Uno dei motivi per cui lo si diceva quando ero studente io era proprio il formato dei manuali, per non parlare dei programmi delle TV commerciali con tante interruzioni pubblicitarie, a quanto pare responsabili dell'incapacità di concentrarsi.

Oggi sotto accusa sono i video di Internet con curiosità sul mondo animale, aneddoti sui personaggi storici, scoperte astronomiche: a causa di essi i giovani conoscono molte cose, più dei loro genitori; ma si tratta di una conoscenza frammentaria, che non forma una cultura.

Non serve scomodare Internet, per la conoscenza frammentaria. Peraltro, di quei manuali risalenti alla presunta età dell'oro - in bianco e nero, con poche illustrazioni e senza riquadri - io ne ho avuto qualcuno per le mani. Non c'era una singola frase non evidenziata da chi ci aveva studiato. Siamo sicuri che, con quei manuali, si imparasse davvero a individuare i concetti fondamentali?

Tuttavia, siccome gli anni passano anche per me, ammetto che quando sento parlare di cultura in pillole mi viene l'orticaria.

Canzone del giorno: The Mars Volta - Vigil.

domenica 11 settembre 2022

Io non mi pento

Teresa De Sio è uno di quei personaggi della musica italiana di cui conosco praticamente solo il nome: come di Claudio Villa, Oscar Carboni o Carla Boni. O no: in realtà c'è una sua canzone che conosco, ed è quella che dà il titolo a questo post.

Riaprendo la casa dove ho vissuto per tanti anni, e poi rimasta disabitata per altrettanti (v. post precedente), di sicuro trovo i dischi ascoltati e riascoltati. E, scorrendoli, perdo il conto degli oh mamma! davvero sono stato capace di comprare questa roba?

Certo che ne sono stato capace. E non so mentire: me li ricordavo tutti, quei dischi, uno per uno.

Ma, come dice la canzone sopra citata, non è giusto pentirsi di ciò che si è amato. Può darsi che quel gruppo adesso sia inascoltabile ma, molti anni fa, fosse davvero valido: un esempio a caso, i Coldplay. Oppure era fuffa fin dall'inizio ma, all'età che avevo, non me ne rendevo conto (e con me un mucchio di gente): che so, gli Europe. Magari era ciò di cui avevo esattamente bisogno a quell'età.

La cosa non vale solo per i gruppi musicali. Vale anche per gli scrittori; in particolare per i giornalisti; parlando di me, nella fattispecie, per Beppe Severgnini.

Lo trovo più simile agli Europe che ai Coldplay: fuffa fin dall'inizio. Eppure l'ho amato. Ne avevo una stima quasi incondizionata, e lo scrivevo anche qui. Ogni giorno seguivo la sua rubrica sul sito del Corriere della Sera dove pubblica, a volte rispondendo, messaggi dei lettori e mi è capitato, qui, di commentare qualcosa. Lo trovavo giustamente moderato - molti lettori di sinistra gli davano del berlusconiano - e ironico. Piaceva a mio padre, insegnante di inglese e affezionatissimo lettore del Corriere, in quanto conoscitore della lingua inglese e del mondo anglosassone; così avevo cominciato a leggerlo e a seguirlo. Andai pure ad ascoltarlo, due volte: a Milano, quando condusse la presentazione di Lunar Park di Bret Easton Ellis - e quando uno spettatore si rivolse allo scrittore californiano dicendogli "io sono gay, e la amo! Anche lei è gay e mi ama?" - e a Padova, quando presentò il suo L'italiano, lezioni semiserie.

Oggi, mi basta vedere la sua faccia in televisione per cambiare canale in tempo zero. Lo trovo l'esempio perfetto della banderuola furba: la persona che ha sempre le parole giuste per piacere ai benpensanti. A coloro che non mettono mai il naso fuori di casa, e fondano la loro opinione sulla narrazione dei mass media. La sua faccia quando, nel Regno Unito, fu chiara la vittoria del leave al referendum sulla Brexit è qualcosa di indescrivibile. Lui era sicuro che avrebbe vinto il remain: ormai gli inglesi sono cosmopoliti, se sono disoccupati a Exeter non vedono l'ora di andare liberamente a Bonn e fare i disoccupati a Bonn.¹ E invece...

Il motivo, per questo cambio di opinione su Beppe Severgnini? Ce n'è più di uno. Ne cito due, giusto per brevità: l'appoggio, nel 2013, alla decisione del Politecnico di Milano di erogare i corsi di laurea magistrale e di dottorato solo in lingua inglese - stiamo scherzando? un cittadino italiano che non ha il diritto di frequentare, in un'istituzione dello Stato italiano, un corso nella lingua ufficiale dello Stato italiano? - e l'appoggio alla buona scuola di Renzi. A Otto e mezzo pare abbia detto: la buona scuola può non piacere, ma Renzi ci ha provato. Provato a fare cosa, di grazia? I più triti luoghi comuni sugli insegnanti, ha avallato: ecco perché il gradimento di coloro che non mettono mai il naso fuori di casa.

Mentre scrivevo questo post, pensavo: ma se l'ho amato, come mi comporterei con Beppe se me lo trovassi di fronte in questo momento? Cosa vincerebbe, tra la stima del passato - ereditata da mio padre, probabilmente - e la disistima del presente?

Probabilmente, lo guarderei come guarderei Joey Tempest degli Europe: ok, mi hai fatto divertire un po', ma il rock è altra cosa.

¹ Lo so, è una citazione da Beppe Grillo: il Beppomonimo, come lo chiamava lui. Che criticava, quando era di moda portarlo in palma di mano. L'ho fatto apposta!

lunedì 5 settembre 2022

Perdita di memoria

[...] Social media use, measured daily over 8 days, was associated with more subsequent memory failures, regardless of age. As existing and new social technologies continue to permeate daily life, these findings highlight the importance of understanding how they influence day-to-day cognitive functioning. The current study suggests that social media use may have unintended negative consequences for, at least, short-term memory functioning. Given the high popularity of social media, these findings highlight the need for rigorous investigations into social media use as a potential risk factor for cognitive impairment and decline among older adults.

(Neika Sharifian, Laura B. Zahodne: J Gerontol B Psychol Sci Soc Sci, 2020, Vol. 75, No. 3, 540–548)

Salimbene (frate minore del XIII secolo, storico, autore della Cronica) [...] come molti uomini del suo tempo ha sviluppato le facoltà mnemoniche a un grado che per noi è impensabile. A un certo punto della sua cronaca cita otto versi di una canzonetta satirica, e si scusa di non ricordare né l'inizio né la fine: è molto tempo che non l’ho più letta, dice, e quando l'ho letta non me ne importava molto, e così non l'ho memorizzata bene. È un'uscita rivelatrice: vuol dire che quando si leggeva, di solito si imparava a memoria. I libri erano pochi, procurarseli era difficile, e non era neppure facile prendere appunti, perché la carta e la pergamena costavano care. L’unica cosa che non costava era la memoria: e perciò la si riempiva di testi, e chi lavorava con la parola li teneva lì in bell'ordine, sempre pronti per l’uso.

(Alessandro Barbero: Sono cavoli amari fratel Salimbene, estratto da un intervento al Festival della Mente di Sarzana del 2011)

Ingegnosissimo Theuth, c'è chi sa partorire le arti e chi sa giudicare quale danno o quale vantaggio sono destinate ad arrecare a chi intende servirsene. Ora tu, padre della scrittura, per benevolenza hai detto il contrario di quello che essa vale. Questa scoperta infatti, per la mancanza di esercizio della memoria, produrrà nell'anima di coloro che la impareranno la dimenticanza, perché fidandosi della scrittura ricorderanno dal di fuori mediante caratteri estranei, non dal di dentro e da sé stessi; perciò tu hai scoperto il farmaco non della memoria, ma del richiamare alla memoria. Della sapienza tu procuri ai tuoi discepoli l'apparenza, non la verità: ascoltando per tuo tramite molte cose senza insegnamento, crederanno di conoscere molte cose, mentre per lo più le ignorano, e la loro compagnia sarà molesta, poiché sono divenuti portatori di opinione anziché sapienti.

(Platone: Fedro, 274e-275b, traduzione di Patrizio Sanasi)

Canzone del giorno: The Church - The Hypnogogue.

domenica 4 settembre 2022

Io sono una zebra

ma gli juventini non comincino ad esultare: non mi occupo di squadre minori, e al posto del cuore ho un bidone dell'immondizia. Al massimo possiamo parlare degli zebrahead: Playmate of the Year, ve la ricordate? Sono ancora in attività, per la cronaca.

Il primo commento che ho ricevuto dopo gli oltre otto anni di silenzio riguarda l'ultimo post che li ha preceduti, e che li annunciava - o meglio, che annunciava un silenzio sine die

In tale post constatavo la mia difficoltà nel tenere questo blog aggiornato; nel dare ad esso una linea precisa; nel tenere la barra dritta anche nello scrivere un singolo post. E, al contempo lamentavo la mancanza di interazioni.

Sia uno dei commenti che ricevetti all'epoca che il recente commento sopra menzionato, di fatto, mi fanno capire che si tratta di una contraddizione. Se scrivo in modo ingarbugliato non posso aspettarmi che la gente mi stia dietro, giusto? Mettiamoci che sono pure un insegnante...

Il punto, tuttavia, è proprio questo. Il blog, volente o nolente, rispecchia la mente di chi lo scrive, e la mia non è capace di procedere in modo lineare. O magari, opportunamente educata, lo è, ma è contro la sua natura.

Qualche anno fa - durante il lungo silenzio - una mia amica romana mi parlava delle lamentele delle maestre di sua figlia, e io mi sentivo come se fosse nata, anzitempo, la mia reincarnazione: erano esattamente le stesse lamentele che la mia maestra esprimeva a mio padre, quando ero alle elementari. Si distrae sempre; non segue; contesta tutto.

Non molto tempo dopo, la mia amica scoprì che la figlia è ad alto potenziale cognitivo, o plusdotata, o gifted che dir si voglia: e così scoprii anch'io di esserlo.

Nessuno se ne accorse, di me: si diceva solo che ero molto intelligente. Ma quando ero piccolo, perlomeno in Italia e a maggior ragione in un paese, nessuno sapeva di plusdotazione. Ancora oggi, secondo la psicologa Jeanne Siaud-Facchin, autrice di Troppo intelligenti per essere felici?, gli stereotipi sono tanti: "se è addirittura più intelligente della media, che problemi vuoi che abbia?" È sempre Jeanne Siaud-Facchin ad aver coniato, per chi si trova nella mia condizione, l'appellativo di zebra. Perché le zebre non sono mai state addomesticate dall'uomo: e se è l'uomo stesso ad essere una zebra, capite che c'è una contraddizione intrinseca?

Sul pensiero arborescente di una zebra, e sulle conseguenze di ciò, si possono trovare tantissime informazioni in rete e non serve che qui ve le riporti. Ma questo spiega, per esempio, perché un bambino plusdotato vada spesso fuori tema, nei compiti di italiano: se il compito non ha una consegna precisa, le idee si affollano. Spiega perché, delle volte, lo stesso bambino - o lo stesso adulto, visto che la plusdotazione ce la portiamo dietro per tutta la vita! - dia delle risposte che apparentemente incomprensibili a domande semplici. Semplici per chi non è zebra, s'intende.

E questo spiega perché i miei post siano così ingarbugliati.

Quindi, non meravigliatevi: con le contraddizioni ci vivo da sempre. Anzi, io stesso sono una contraddizione!

Canzone del giorno: zebrahead - You Don't Know Anything About Me.

mercoledì 27 novembre 2013

Dilemmi HTMLiani

  • Devo installare un editor di testo puro, per scrivere codice HTML e C++. Sono cinque anni, già, che sono un felice utilizzatore di Vim. Lo uso sotto Linux, principalmente, con l'interfaccia testuale (visual mode). Avevo provato ad installarlo anche sotto Windows, ma praticamente lì sei costretto ad utilizzare l'interfaccia grafica (gVim), con i menu a discesa: e non ha la stessa semplicità e potenza della semplice interfaccia testuale. Ho provato Notepad++, e sembra veramente ottimo. Ma mi sembra di tradire Vim così...
  • Inserendo nell'intestazione di un documento HTML la riga
    <meta charset="iso-8859-1" />
    (ASCII esteso dell'Europa occidentale), se lo scrivo con il Blocco note il browser mi visualizza correttamente i caratteri accentati, mentre se inserisco
    <meta charset="utf-8" />
    (Unicode) al posto di questi ultimi mi compaiono dei punti di domanda. Con Notepad++, invece, accade l'esatto contrario.
  • Undici anni fa comprai il mio primo manuale di HTML. I dispetti tra browser erano un lontano ricordo, e i fogli di stile CSS erano già standard consolidato; eppure, neanche il 10% del volume ne parlava, e anzi, insegnava ancora ad usare i frame! I frame, gente!
  • E ora, dopo una vita che tutti i marcatori HTML devono essere chiusi - compresi quelli vuoti, che vanno aperti e chiusi contemporaneamente - scopro che in HTML5 non è più necessario chiuderli. Cosaaaaaaa???? E io che HTML lo sto pure insegnando a scuola!
  • Comunque la questione è controversa: molti sviluppatori continuano con la vecchia sintassi. E io sono un conservatore.
Canzone del giorno: The Courteneers - Are You in Love with a Notion?

mercoledì 9 ottobre 2013

Gerontocrazia, fascino, mappe e allievi

A volte penso che l'italica gerontocrazia nasca nel momento in cui, da bambini, ci rimproverano: "Porta rispetto per chi è più vecchio di te!" anche quando il vicino ottantenne se la prende con noi senza motivo.

A volte penso che alcune persone ci affascinano, e poi scopriamo che in un'ora ci hanno già detto tutto.

A volte penso che anche assegnare i colori ai valori di una funzione, per una mappa bidimensionale, possa essere annoverata come attività artistica.


A volte penso che un allievo che, tornando da scuola con te in pullman, ti dice "però, mi piace che lei ci parli di libri e di film!", ti confermi che il tuo è il lavoro più bello del mondo.

Canzone del giorno: Shaka Ponk - I'm Picky.

lunedì 7 ottobre 2013

Scritti sui banchi, e la scuola di massa e il precariato

Forse è banale dire di aver apprezzato Scritti sui banchi; l'italiano a scuola tra alunni e insegnanti, un'indagine ad ampio spettro dell'attuale situazione dell'italiano scritto, e del suo insegnamento, nelle scuole superiori dello Stivale, perché i due autori non hanno ceduto alla tentazione del florilegio di castronerie. Ma lo dico lo stesso.


Il florilegio di castronerie - e di luoghi comuni - non me lo sarei aspettato, d'altra parte, quantomeno da Luca Serianni, italianista, accademico dei Lincei e autore di diversi saggi sull'insegnamento dell'italiano a scuola. Grazie a lui, d'ora in poi userò più spesso la parola menda; e anche se insegno materie scientifiche, anch'io userò la matita verde accanto a quella rossa e blu, per evidenziare le cose buone.

E forse mi contraddico se propongo una tiratina d'orecchie a Giuseppe Benedetti per l'ultimo capitolo del saggio, nel quale costui analizza, nel corso degli anni, i temi di quattro alunni dell'istituto nel quale insegna. Il quadro che ne esce è decisamente troppo roseo, se non altro perché troppo poco significativo è il campione: quattro studenti, seppure non tutti secchioni, di uno dei più prestigiosi licei classici della Capitale. Inoltre, l'autore pare non tenere conto che alcune statistiche sono viziate: per esempio, viene fatto notare che gli alterati (diminutivi, vezzeggiativi...) si riducono drasticamente di numero nel passaggio dal ginnasio al liceo; tuttavia, tra gli alterati dei temi del ginnasio figurano palazzotto e signorotto, chiaramente mutuati dai Promessi Sposi, che si studiano al secondo anno.

In svariati punti del saggio fanno capolino, complice l'età degli autori nonché l'età media degli insegnanti, i dibattiti di alcuni decenni fa contro "l'italiano dei temi" e per un migliore insegnamento della grammatica. Chi è più grande di me può avervi assistito in prima persona; e sarei molto curioso di sapere cosa veramente veniva detto, con quale spirito si partecipava alla discussione.

Ogni tanto, sui quotidiani o sulle riviste, tali polemiche compaiono ancora: ma la sensazione che danno, anche a me che ho "solo" 33 anni, è di scontato, di vecchio. Correggetemi se sbaglio, ma ho l'impressione che quaranta-cinquant'anni fa, quando sempre più ragazzi frequentavano la scuola, ci fosse davvero la volontà di migliorare. Anche perché lavorare nella scuola era relativamente facile.

Oggi, molti insegnanti di lettere sono gli stessi che erano entrati allora, con quarant'anni di esperienza e di disillusione alle spalle; e le nuove leve sono sballottate da una scuola all'altra, da una settimana di supplenza all'altra, con il futuro sempre più precario e politiche scolastiche sempre più scriteriate.

Come si può pretendere di fare della buona didattica, in queste condizioni?

venerdì 13 settembre 2013

Compito in classe

La morte. Purtroppo è stata sempre tra i fenomeni naturali più diffusi. Parla di questo strano fenomeno che produce solo dolore tra le persone che ci stanno accanto, e di un avvenimento che spieghi le emozioni che hai provato in quell'occasione.
(Tema di italiano assegnato in una quarta Ginnasio in Calabria, menzionato da Luca Serianni nelle sue Pratiche di scrittura argomentativa.)

lunedì 9 settembre 2013

Bilinguismo forzato? No, grazie.

Su La 27esima ora, qualche giorno fa, la giornalista Grazia Maria Mottola raccontava della sua amica Lella: costei, partita più che mai decisa a voler far imparare alla figlia l'inglese fin dall'asilo, dopo appena un anno ha ritirato la piccola dalla scuola bilingue.
Vorrei che mia figlia si divertisse in una normale scuola italiana, senza lo stress di dover imparare una seconda lingua e l’incubo di scrivere in due lingue. Meglio un'infanzia facile e serena che la preoccupazione di non superare le elementari.
I commenti al post, in maggioranza, sono assai critici verso tale scelta. Qualcuno parla del solito provincialismo all'italiana, qualcun altro delle mamme iperprotettive, altri ancora della facilità con cui i bambini imparano le lingue.


Capisco le ragioni di queste critiche. Incontriamo sempre più di frequente ragazzi i quali, grazie alla diversa provenienza dei genitori, parlano due lingue fin dalla fanciullezza. Lingue che, con nonni o zii provenienti da altre nazioni ancora, possono diventare tre o addirittura quattro; ed è superfluo elencare i vantaggi che il plurilinguismo ha loro recato all'università o al lavoro: specialmente se una delle lingue materne è l'inglese.
Sulle riviste specializzate, ma anche sui quotidiani e sui siti dedicati all'educazione dei fanciulli, non si conta più il numero di articoli inneggianti al plurilinguismo.

È ovvio, pertanto, che le neo-mamme e i neo-papà, i quali magari con l'inglese hanno dovuto battagliare, desiderino dare ai loro figli le medesime opportunità dei ragazzi bilingui. Io stesso mi ritengo fortunato, avendo avuto un padre insegnante di inglese.

Tuttavia, io do ragione alla signora Lella, nel non voler far frequentare alla figlia la scuola bilingue. E le motivazioni sono tre.
  • La prima motivazione è socio-linguistica. Premetto che la realtà a cui penso è quella di una tradizionale famiglia italiana - che, nonostante tutto, è ancora il caso più frequente - che vive in una città italiana e con una rete di amicizie prevalentemente italiana, o quantomeno italofona.
    In un tale contesto, a pochi viene in mente che il bambino già cresce bilingue: con l'italiano e il dialetto della sua regione.
    Perché, giustamente, queste sono le lingue che sente in famiglia, a scuola e con gli amici. Lo stesso modo in cui cresce un bambino bilingue di due lingue "ufficiali" .
    Ma se mio figlio ha una famiglia italiana e amici italiani, o quantomeno italofoni, dove pratica l'inglese che sente a scuola? Dovremmo, io e mia moglie, parlargli in inglese? C'è chi lo fa, ma è del tutto innaturale, a mio avviso.
  • La seconda motivazione è psicologica. È vero che i bambini sono "spugne": imparare, per loro, è un gioco; e non si deve avere paura di spiegare loro cose difficili.
    Chi conosce un po' di Noam Chomsky, oltretutto, sa che diversi studi sostengono la sua teoria dell'apprendimento per dimenticanza: il neonato ha, innate, tutte le regole di tutte le possibili grammatiche, e dimentica tutte quelle che non sente. Come ha spiegato Andrea Moro l'anno scorso al Festival della Mente di Sarzana, gli errori grammaticali dei bambini sono regole in altre lingue.
    Entrambe queste considerazioni, ciò nonostante, non giustificano in alcun modo lo sfruttare la natura oltre il dovuto. Io temo che, in perfetta buona fede e con le migliori intenzioni, quei genitori che mandano il figlio alla scuola bilingue facendogli imparare una lingua che non appartiene alla sua nazione, né alla sua regione, né al suo contesto familiare, struca struca siano mossi da invidia, da esibizionismo nonché dal pregiudizio, durissimo a morire, per cui bisogna imparare da piccoli. Le stesse aberrazioni che intasano le classi di pianoforte con fanciulli che non sono minimamente interessati alla musica.
    Se mio figlio manifesterà il desiderio di imparare l'inglese perché vedrà i libri inglesi di mio padre - e miei - o perché vedrà me, o mia moglie, guardare film in inglese; o perché ci sentirà parlare inglese con i nostri amici britannici o americani, lo incoraggerò. Con un po' di energia se necessario, affinché vinca la timidezza o la pigrizia.
    Se sarà incuriosito dalla musica, sentendola in casa o altrove, lo incoraggerò a suonare uno strumento. Ma deve essere un incoraggiamento, appunto, non una forzatura.
    Mio padre sarebbe stato felicissimo di insegnarmi l'inglese, lui che lo parlava meglio degli inglesi - e non lo dico io, gliel'ha detto sir Richard Attenborough. Ma io mi vergognavo, e lui non insistette. E credo sia stato ancora più felice, nel vedermi impararlo da solo. Cominciando a 13 anni. Così come a 28 anni ho imparato il tedesco, e il greco a 31 (*). Come lo psicologo chitarrista quarantenne, io sono la prova che si può imparare anche da adulti, quando c'è interesse e voglia.
  • La terza motivazione è ideologica. Viviamo da anni in un Paese dove parlare inglese "fa figo". Un Paese la cui lingua ufficiale, pur mantenendo una solida base strutturale latina, è un colabrodo per le parole inglesi. Un Paese dove non l'insegnamento di una lingua straniera, ma l'insegnamento di quella lingua straniera, è obbligatorio fin dalle elementari. (Che tale insegnamento sia svolto orrendamente, è un altro discorso.) Avete fatto caso che, in tutto il post, ho sempre dato per scontato che la seconda lingua sia l'inglese? Mi sorprenderei già adesso se un bambino a un certo punto non maturasse la convinzione che l'inglese è superiore all'italiano: figuriamoci dovendo parlare, obbligatoriamente, in inglese in Italia! In barba ai principi di eguaglianza e di democrazia linguistica, nei quali io credo fortissimamente e nei quali educherò i miei figli. I miei figli non saranno il cavallo di Troia di coloro che vogliono farci diventare schiavi. O magari lo saranno, e io non potrò farci nulla, ma non potrò negare di aver lottato.
(*) Si noti il chiasmo.

Canzone del giorno: Nina Zilli - Per sempre.

domenica 1 settembre 2013

E-mail di un (futuro) professore (str***o)

Su La Lettura del Corriere della Sera, oggi, Beppe Severgnini ha deciso che la Lettera a una professoressa degli allievi della scuola di Barbiana necessita di un'integrazione, di diventare una E-mail a una professoressa.

  • Perla n. 1: La selezione è prerogativa dell’università. Alle elementari e alle medie — inferiori e superiori — bisogna scavare dentro i ragazzi e scovare le loro inclinazioni, correggendo le loro debolezze. Cosa significa che la selezione è prerogativa dell'università? Che la scuola deve promuovere tutti? E come può, un insegnante, scovare le inclinazioni degli studenti, con i curriculum bloccati e i programmi inamovibili, pena i genitori in rivolta?
  • Perla n. 2: La scuola superiore italiana, nel 2012, ha perso il 18 per cento degli iscritti. E sono pure troppo pochi, considerato che in prima liceo arrivano senza nemmeno sapere cos'è un dizionario di italiano, figuriamoci usarlo. (Italiano, Beppe, hai capito? Italiano, non inglese.)
  • Perla n. 3: Ma voi [insegnanti] siete le donne e gli uomini che devono creare gli italiani di domani. Per questo saremo insegnanti sempre domani, pagati semmai nella prossima vita?
  • Perla n. 4: Eppure si deve trovare il modo di utilizzare le scuole al pomeriggio. Lasciarle vuote è uno spreco. Caricare i ragazzi di compiti a casa — com’è ormai la norma, soprattutto nei licei — è un’alternativa crudele. Che crudeltà, eh? Talmente crudeli erano i miei professori che io sono ancora qua. (Eh, già.)