Ai tempi della mia fissazione per il tedesco, la mia amica Michelle, studentessa di traduzione e interpretariato, accettava di buon grado le mie chat in tedesco; nondimeno, in vista di un'eventuale conversazione dal vivo, mi avvertì di essere molto
severa nei confronti degli errori nell'idioma di Einstein.
Per quanto io non fossi molto felice della sua scarsa fiducia nelle mie capacità - presto dovette ricredersi - capivo le sue ragioni. E ancor di più le capisco adesso.
Nei seminari che si tengono al mio dipartimento - come in tutti i dipartimenti italiani, presumo - vige la prassi secondo cui
se anche uno solo dei presenti non capisce l'italiano, l'intero seminario si svolge in inglese. E io non posso oppormi affermando di non capire l'inglese, e rivendicando il diritto di seguire il seminario nella lingua del Paese dove sono nato e cresciuto e dove ha sede la mia università: sia durante il corso di laurea, sia all'esame d'ammissione al dottorato,
è stata ufficialmente accertata la mia conoscenza della lingua inglese.
Ufficialmente, per l'appunto.
L'idoneità di inglese, all'università, consisteva di quattro serie di domande a risposta multipla più una composizione di almeno 150 parole. La prova si svolgeva al computer, per cui non era possibile sforare l'ora di tempo a disposizione. Io, con il mio perfezionismo da figlio di insegnante di lingue, perdo tempo nelle domande, e mi rimane il tempo per scrivere appena due frasi; quando chiamo mio papà, uscito dall'aula, lui mi evidenzia subito un errore.
Disperato, ero convinto che mi avrebbero bocciato: proprio me, dopo pure tre stagioni di
24, due di
Lost, e una breve conversazione con Joe R. Lansdale. Il risultato: 94/100, e davanti a me solo un 95.
All'esame di ammissione al dottorato, poi, parliamone: ciò che era denominato
accertamento della conoscenza dell'inglese era la lettura ad alta voce e la traduzione di
una frase da un testo di cosmologia.
Per quanto io non abbia fatto delle lingue la mia professione, l'inglese per me è ben di più - anzi, totalmente altro - che una voce da mettere sul curriculum. Fino a che punto mi abbia influenzato papà, non lo so. Che sia stato abituato troppo bene, non lo discuto. Ma sta di fatto che
non sopporto sentir parlare l'inglese male.
Anzi, no. Mi correggo seduta stante. Non dovrei sopportare nemmeno me stesso, visto che commetto errori a tutto spiano. Chi non sopporto sono coloro che sostengono di conoscerlo, e poi mi tirano fuori perle come
can I wash my mains? o lo pronunciano come Nando da Torpignattara.
Ovviamente, però, i Nandi da Torpignattara con le
mains sporch sono più numerosi dei figli degli anglisti. Al tempo della tesi, quando collaboravo con una ricercatrice di Belgrado, io ero l'unico, in tutto il gruppo, che le si rivolgeva in italiano: lingua che lei, oltretutto, era felice di imparare.
Io capisco che, se a tenere un seminario è uno straniero, magari
in visita per pochi giorni, costui debba poter parlare inglese - visto
che comunque, volenti o nolenti, al momento è questa la lingua
internazionale della scienza. Oppure, se al seminario sono presenti
scienziati da tanti Paesi diversi.
Ma che la presenza di
uno straniero, il quale magari non è nemmeno un visitatore occasionale, debba costringere
tutti a parlare (male) inglese no, la mia testolina non ci arriva. Non arriva nemmeno a capire perché il summenzionato non-visitatore occasionale non possa fare un minimo sforzo per imparare due frasi della lingua del Paese del quale è ospite. È un dovere morale, io credo.
E il seminario? Basta che i lucidi siano in inglese - e 9 volte su 10 lo sono - o che lo
speaker fornisca le referenze ai lavori pubblicati.
Chiedo troppo?
Canzone del giorno: Samuele Bersani -
Un pallone.